Guadagni e privilegi del doppiatore

12 09 2013 da

“Dedizione e professionalità vi concederanno agi e privilegi” si pensa in genere.

Bisogna intendersi sul senso delle parole.

I cosiddetti agi, là dove ve ne sono, vengono solo da una vita di duro lavoro, mentre un premio ad un festival del doppiaggio è certamente un privilegio.

Pregiudizio e luoghi comuni ci associano tristemente a quella parte di mondo dello spettacolo che forse non sempre brilla troppo per le sue virtù.

In studio di doppiaggio si lavora con serietà e tanto.

Per altro, non siamo immuni alla crisi economica e sempre più spesso i nostri lavori vengono retribuiti anche a distanza di un anno e non sempre con compensi equi.

Certo, il doppiaggio in gran parte resiste  alla crisi economica più di altri settori del lavoro, ma essere richiesti non è una colpa, bensì un’ulteriore conferma dell’utilità del nostro mestiere.

E’ il mercato che ci richiede così tanto.

La mole di lavoro è molta perché i prodotti ci arrivano da tutti i paesi del mondo ormai e evidentemente il nostro lavoro lo svolgiamo al meglio delle nostre possibilità, o non saremmo richiesti.

Il settore raggiunge cifre elevate come ogni altro ambiente artistico di prima scelta.

Il fatto che spesso le società di doppiaggio abbiano una componente familiare, poi, non è uno svantaggio, ma un punto a favore: chi cresce in famiglia in contatto diretto con cultura e recitazione già da piccolo (come sovente gli attori di Hollywood) soddisferà le richieste di doppiaggi di qualità molto meglio e più velocemente di chi si avvicina al mestiere già a 22 e più anni di età.

Le porte sono aperte ai talenti esterni, a patto però che non siano alla ricerca del solo prestigio, ma che siano veri talenti da formare negli anni.

Il doppiaggio non è una corsa all’oro, ma una forma d’arte recitativa raffinata ed esigente, ragion per cui solo il 10% dei talenti si rivela idoneo e solo una parte supera l’ultimo scoglio prima della sala di doppiaggio.

Senza talento, costi, sacrificio e tempo non c’è nessuna qualità e quindi nessun reddito d’elite.

Va dimenticato il mero sentimento per il denaro e bisogna costruire da sé la propria casa partendo dalle fondamenta, non dal tetto.

Qualche talento esterno, invece, si crede furbo e inizia dal tetto a volte, ma ne finisce inevitabilmente schiacciato alla prima occasione.

Facile lamentarsi dei costi delle scuole atte a preparare un attore; se vuoi risparmiare pur indossando qualcosa, c’è la bigiotteria, ma di certo non la trovi in gioielleria né tanto meno a due soldi.

Vuoi un gioiello vero?  (Vuoi fare sul serio il doppiatore?)

Va’ in gioielleria (accademia d’arte e poi corsi di doppiaggio professionali), altrimenti ridimensiona le tue pretese (fai un altro lavoro).

Finché i sognatori privi di talento e umiltà continueranno a pretendere e frequentare le accademie, ci sarà sempre chi se ne lamenterà perché risultato non idoneo e quindi rimastoci male benché fosse stato avvertito della severa selezione che esclude i non attori.

Oggi si guarda un video Youtube o un reality e ci si illude banalmente che per essere attori basti poco.

Va di moda ottenere (o credere di ottenere) pagando: vedi come la gente continua a spendere fiumi di denaro per pretesi prodotti ringiovanenti e pretese cure del miracolo dimagrante, pur sapendo che non sono sistemi scientifici e privi di  poteri magici.

Eppure la gente spende lo stesso, per un’illusione, lo preferisce alla realtà dell’impegno in palestra e a tavola, così come si preferisce studiare in accademia pur essendo mediocri.

Altri, invece, pur lontani da Youtube e semplici reality, si basano sul solo giudizio di familiari e amici che li hanno visti “recitare” in teatro (teatro che qualunque gruppo oggi può prendere in affitto).

E’ bello e gratificante che amici e parenti ci applaudano, ma il loro giudizio è artisticamente imperfetto, il che è normale, ragion per cui ciò non basta a valutare se c’è o no del talento nell’attore auto referenziato, bensì occorre il giudizio di un vero attore.

Già è difficile recuperare del pieno talento nel cinema e nella TV italiani del momento, figurarsi dove non si respira arte di livello ogni giorno …

Il doppiatore, come ogni vero professionista, è chiamato a delle rinunce, soprattutto negli anni migliori, in gioventù, quando molto del tempo libero è sacrificato dal lavoro in sala, nella quale ci si reca appena usciti da scuola, spesso con un pranzo fugace in auto, per poi tornare a casa la sera con ancora i compiti da fare.

Quando i turni in sala sono molti, i compiti finiscono in parte nel fine settimana, costringendo il giovane doppiatore a passare il sabato a studiare invece di divertirsi con gli amici, senza contare tal volta spinose invidie e sciocche gelosie di certi coetanei e insegnanti che non gli rendono la vita facile.

Può suonare un po’ patetico, ma è così che va. Fa parte del gioco.

Sono esperienze vissute da molti di noi e che si ripetono con quei nostri figli che scelgono il doppiaggio.

Il doppiaggio, per dirla tutta, è considerato erroneamente come la fase meno importante di un film, quindi noi siamo gli attori meno retribuiti di tutto il cinema.

Naturalmente, essendo un lavoro artistico di alto livello, rimane per logica ben retribuito se paragonato alla media degli impieghi in Italia.

Ripetiamo, però, che è un lavoro esclusivo e non di comune pratica; si applica a prodotti cinematografici di carattere internazionale, perciò è normale che rientri in degli schemi d’alta qualità e, di conseguenza, anche di reddito medio-alto, inevitabile per sua natura.

In contrapposizione alla falsa idea della vita facile, tuttavia, contiamo anche il fatto che sempre meno possiamo assentarci per malattia.

Ormai ci obbligano ad andare in sala di registrazione anche con febbre e naso chiuso (se è elevato l’onore, lo è anche l’onere, nella fattispecie forse fin troppo).

Non solo è inconcepibile a livello sanitario, ma difficile a livello tecnico: tal volta in uno stesso episodio televisivo si sente il nostro personaggio che in una scena parla bene e in quella dopo ha il naso chiuso.

Non dipende da noi doppiatori, ma da chi sta più in alto di noi.

Esistono tecniche per mascherare il problema, ma a volte è inevitabile.

A volte il direttore fa improvvisare al doppiatore una frase fuori campo con la quale il personaggio nel film giustifica la cosa, come: “Che raffreddore che ho oggi!” e cose simili.

Ridicolo e indegno, ma di nuovo grazie ai tempi di lavoro sempre più esageratamente veloci che ci vengono imposti dal mercato moderno.

Il collega Alessio Puccio, ad esempio, ha dovuto interpretare il suo Harry Potter nel settimo episodio con tanto di febbre. Nel film non si sente, ma solo grazie alla sua bravura personale.

Quanto guadagna un doppiatore?

Nel web a volte si leggono cifre totali fisse, ma non sono attendibili; è spontaneo immaginarsi uno stipendio mensile, ma non è così. Non abbiamo guadagni fissi, ma a righe recitate:

  1. Un gettone di presenza fisso di 58,36 Euro.
  1. Per un film cinema ogni riga di copione (cinquanta battute dattiloscritte) è pagata 1,86 Euro;
    Per un telefilm invece 1,60 Euro;
    Per un cartone animato 1,24 Euro.
  1. Un direttore del doppiaggio guadagna 134,80 Euro a turno (tre ore a turno; uno, due o tre turni al giorno; in tempi di lavoro intenso quattro turni, ma sono rari e mai pieni).
  1. Un assistente al doppiaggio riceve 80,05 Euro.
  1. Nel caso del doppiaggio di un attore di grido si contratta una tariffa al di là di quella sindacale (l’attore di grido si arriva a doppiarlo dopo molti anni di lavoro e non sempre il suo primo doppiatore rimane la la sua unica voce italiana).

  2. Nel caso di un documentario, invece, si è pagati a fasce, cioè a gruppi di righe alla volta; solitamente cinquanta righe per fascia.

Quindi noi doppiatori siamo gli attori meno retribuiti di tutto il sistema cinema.

Per i più di noi dimenticate pure ville e Ferrari.

E non è detto che un doppiatore di qualche titolo famoso lavori tanto quanto i colleghi che lo affiancano; chi ha due o tre turni al giorno, chi uno solamente e chi un turno a settimana.

Il quarto turno è raro e si concentra nei periodi di molta produzione estera.

Anche tra noi professionisti la selezione è estremamente severa ed una mancanza verso questo lavoro può costare molto cara alla carriera.

Spiegato tutto ciò, diciamo pure che fare i conti in tasca agli altri non è mai cosa che si conviene alle persone di buon senso e con dell’educazione. Bastano riservatezza e un po’ di intuito.

Tale curiosità è normale, ma è bene che rimanga nella propria testa.

Comunque, almeno qui, diciamolo pure apertamente, una volta per tutte (si spera).

Da considerare, fra l’altro, che il bilancio di ogni lavoratore prevede anche la voce “spese”, non solo “guadagni”; e le spese sono proporzionate naturalmente al tenore di vita di ciascun individuo.

Se A guadagna 10 e spende per i piaceri 3, evidentemente per cose di necessità la vita esige che spenda 7, ma ciò vale tanto per un postino quanto per un attore, ciascuno in proporzione alla propria realtà. Non è un mistero.

Se un attore spende 5 su 10 per l’automobile, non è che spenda meno del postino solo perché quest’ultimo guadagna meno, poiché l’automobile dell’attore costerà in media più di quella del postino.

Se l’attore che abita i quartieri alti guadagna 10.000 Euro, non è che sia necessariamente molto avanti coi risparmi rispetto al postino, perché per l’attore la vita in ambienti esclusivi a ovviamente un prezzo più alto rispetto agli ambienti che frequenta un cittadino medio.

Vero che guadagna bene, ma anche vero che lo schema sociale in cui vive “impone” che usi un’automobile non di seconda mano o utilitaria.

Si può fare ovviamente, ma ogni livello della società ha le proprie leggi e i propri schemi.

Per il doppiatore, quindi, dall’abbigliamento firmato alle vacanze in alberghi a 4 o 5 stelle, tutto ha un costo proporzionato che supera il costo della vita del lavoratore medio, è conseguenziale.

Un pensionato spesso fa compere in un discount per poter risparmiare e vivere di quel poco che la pensione permette;

Un postino magari al discount può già rinunciare e andare al supermercato;

Un medico può permettersi negozi di maggiore qualità dei primi due;

Un doppiatore, inquadrato socialmente in un contesto di certo spessore, avrà modo di accedere a prodotti ancora più raffinati che ne identificano presso i colleghi l’appartenenza;

Un cantante o un attore di cinema può permettersi ancora più qualità del doppiatore;

e così via sempre più in alto nella scala sociale.

Più si sale, più si guadagna; più si guadagna, più il costo della vita aumenta:

  • Ci si può permettere di fare più figli (che ora in italia serve, per altro) e offrirgli una migliore istuzione;
  • Per questo occorrono scuole più prestigiose che però costano molto;
  • Per questo i figli vanno anche vestiti secondo il grado sociale perché si inseriscano e non siano esclusi dai coetanei;
  • Per questo ci si adatta ad una vita più agiata che quindi comporterà anche in futuro uno stile proporzionato;
  • Per questo spesso i figli seguono il lavoro dei genitori o altri mestieri di pari livello economico;

etc etc.

Non è una pretesa, ma una conquista di vita che tutti al mondo inseguono per natura; niente di nuovo, solo che chi vi riesce suscita tanto l’ammirazione quanto la gelosia di qualcuno che ci ricamerà sopra.

Un attore, che pure lavora con passione e sacrificio, non deve certo giustificarsi con chiunque, semmai con le tasse e i propri datori di lavoro, ma vale per chiunque al mondo.

E’ importante ricordare la dignità di ogni mestiere. E’ normale che un attore non farà mai compere al mercatino dell’usato, ma semplicemente perché non avrebbe alcuna logica.

E poi sarebbe impossibile anche volendo, nel senso che ogni azione di vita, grande o piccola, fino anche al gesto quotidiano (fare compere, frequentare la palestra, andare in vacanza, etc) sono cose che vanno fatte nel proprio specifico contesto sociale.

Io attore, potendo permettermi una palestra da 1.000 Euro l’anno, ad esempio, perché dovrei cercarne una di minore qualità dal costo annuo magari di 400 Euro?

La palestra meno costosa, oltretutto, la troverei in zone meno abbienti della città e quindi in genere distanti dal mio quartiere; non sarebbe nemmeno pratico per gli spostamenti e il tempo.

Ogni realtà sociale ha le sue leggi e le sue necessità, scritte e implicite, etichette e taboo, tutte norme che ci imbrigliano in una soggettiva realtà di vita.

In ambienti artistici di livello si trattano cose esclusive, quindi si veste esclusivo; si mangia esclusivo; etc… Sono conformismi tipici e automatici (qui al positivo, leciti, normali).

Se un cittadino medio ottiene una promozione in ufficio, c’è forse di che vergognarsi? Proprio no;

Se un figlio riesce a lasciare un lavoro precario per uno più stabile e sostanziale, è forse un male? Certamente no.

Se però si parla di doppiatori etc, allora nasce un po’ di invidia e con essa spesso malizia e pregiudizi.

Eppure, se diventa doppiatore il figlio di una commessa, allora va bene… Sì, va bene, ma non perché figlio della “comune” commessa, ma perché bravo a recitare e quindi meritevole del salto di qualità.

Proviamo ad applicare il discorso sull’italiano medio:

Quanti di voi, avendo una professione stabile, si sentono di frequentare abitualmente amici dalla realtà sociale precaria?

Non molti probabilmente.

Quanti lavoratori stabili vanno a cercarsi amicizie tra dei precari?

I primi, salvo rare eccezioni, difficilmente rinunceranno al fine settimana in montagna per restare a mangiare un panino nel parco comunale con l’amico precario; è una realtà.

Non solo è raro che si condivida la stessa zona di residenza in tal caso, ma è solitamente ancora più raro che si preferisca affiancare amici meno in vista nella società.

Quanti notai hanno amici operai?

Quanti professori di clinica hanno amici elettricisti? (nessuno si offenda, è per intenderci con franchezza)

E quanti elettricisti ed operai hanno amici che mangiano alla Caritas?

Nessuno, bene o male.

Vi sono delle eccezioni probabilmente, ma sono piuttosto rare.

Può essere triste in un certo senso, ma è la natura umana ovunque al mondo e in ogni tempo.

Non è che lo si voglia necessariamente, ma le condizioni di tempo e spazio il più delle volte impongono dei limiti alle frequentazioni tra diverse classi sociali.

Un attore ed un suo amico non attore, abitando generalmente a mezza città di distanza l’uno dall’altro, avranno poche occasioni per incontrarsi, ragion per cui in tal caso, tranne sporadiche rimpatriate, si contatteranno più frequentemente via telefono e web.

Tanto fra il re e il principe quanto fra il notaio e lo spazzino, si tende ad assecondare o subire (dipende dal caso) il divario sociale e, volenti o nolenti,  ad agire di conseguenza.

Consideriamo ora il punto di vista opposto:

un celebre doppiatore, come ogni personaggio tra i gradini alti della scala sociale, da bravo abitante della Terra sa che il genere umano tende alla falsità e all’opportunismo, ragion per cui per lui trovarsi un buon amico è cosa non facile; nella gran parte dei casi lo coglie un lecito dubbio: quanti saranno veri amici e quanti gli interessati al mio successo di vita?

Anche per questo il personaggio celebrato è tenuto ad una prudente selezione di amici e confidenti, i quali in genere sono per natura più facili da trovare tra i propri pari, poiché ovviamente il rischio di interesse extraaffettivo diminuisce.

Idem in amore, se non di più, almeno per figli e matrimonio che comportano conseguenze spesso indissolubili per tutta la vita.

L’eccezione è sempre possibile, certamente, infatti capita, ma non è la linea guida in genere, il che è umanamente comprensibile e tenerne conto aiuta ad abbattere i pregiudizi tra classi sociali e ad aumentar invece il rispetto e magari ogni tanto anche la reciproca amicizia.

La ricerca del benessere sociale è vecchia quanto il mondo, nulla di scandaloso.

Lo stesso vale per un vigile urbano, o un impiegato, o un commerciante e così via, i quali di certo vestiranno e mangeranno al meglio delle loro possibilità senza che ciò debba suscitare perplessità.

E’ ovvio che ci sia un limite oggettivo: Per un lavoratore part-time, un operatore ecologico, un commerciante, un medico e un attore l’impatto socio-economico cambia per natura della professione.

In ciascun caso l’individuo si adatta all’ambiente che lo circonda per naturale preservazione, per non finirne escluso.

La società ha bisogno di ogni suo membro, umile o esclusivo che sia, così come un’auto ha bisogno tanto del motore quanto dei fari, purché ciascuno si adoperi con professionalità e dignità.

In una società a volte eccessivamente aperta è bene riscoprire discrezione e dignità per tutti.

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4 Commenti

  1. Giada

    Non ci avevo mai pensato così in profondità. Hanno le loro ragioni come tutti alla fine.

  2. ennio

    Che tristezza.!

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