Con un cinema senza doppiaggio…

12 09 2013 da

Che succederebbe al pubblico se si rinunciasse al doppiaggio?

Che succederebbe al pubblico se si rinunciasse al doppiaggio?

Basti pensare agli spettatori italiani ormai in età, oggi giorno la maggioranza dei connazionali. Per loro non è più possibile recuperare e adattarsi ad una lingua straniera, tanto meno per seguire a modo un film in originale.

Senza contare la loro difficoltà prettamente materiale di una vista ormai scadente.

Non dimentichiamo poi gli italiani non vedenti e ipovedenti.

Vogliamo per questo escluderli dal gradimento di cinema e TV?

Quasi sempre lo spettatore prova per le sue voci preferite un vero e proprio sentimento d’affetto.

Tal volta possiamo sentire un amico o un conoscente ricordare con trasporto quella parte di infanzia e adolescenza passata davanti allo schermo con i supereroi che lo hanno accompagnato nella crescita, rendendola più fantasiosa e emozionante.

Lo stesso cambio di voce di un personaggio del cinema suscita delusione e rammarico, arrivando perfino a modificare il gradimento del singolo spettatore nei riguardi di un film o perfino dell’intera carriera di un attore.

Rinunciare al doppiaggio sarebbe in tutti i sensi una follia e un trauma per il pubblico.

Dobbiamo ricordare che da noi i giovani purtroppo non sono una fetta considerevole della popolazione come altrove.

Per altro la padronanza della lingua inglese è ad un livello estremamente basso anche fra i quarantenni.

E’ evidente che occorre prendere  delle misure per scongiurare la moderna ignoranza, ma non è certo possibile per questo eliminare il doppiaggio e con esso almeno la metà degli spettatori italiani!

Che dire allora delle produzioni della cinematografia tedesca?

Dobbiamo forse limitarne la visione al Nord Italia?

Senza contare le numerose realtà regionali e di provincia, le quali spesso costituiscono un mondo quasi a sé, lontano perfino dall’identità nazionale.

Basti pensare allo storico divario fra il Nord e il Sud, oltre alla dimensione in cui vive la Sardegna, che a volte pare guardarci dall’altra parte del mare come se fossimo degli stranieri.

Il problema coinvolge aspetti anche più radicali, come l’identità nazionale.

Un buon doppiaggio diffonde il buon uso della lingua italiana e rafforza il senso di appartenenza di ogni cittadino alla nostra società, mantenendola più salda.

Il doppiaggio quindi, come ogni arte, favorisce la solidità culturale di un popolo e la rappresenta davanti agli altri paesi.

Da noi il problema è ulteriormente sentito, dato che il livello della stessa lingua italiana è dolorosamente scarso e dei film doppiati ad arte ne favoriscono l’apprendimento.

La soluzione risiede in una migliore politica di istruzione ovviamente e di uno stimolo in più nelle stesse famiglie, ma al momento il doppiaggio torna utile anche in questo.

Il doppiaggio non stimola la pigrizia in tal senso, ma visto che c’è si rivela una risorsa in più anche in questa direzione.

Oltretutto, essendo noi spettatori di lingua italiana, sussisterebbe comunque il notevole problema di una fruizione a tutto tondo del film.

Anche per un buon interprete rimane innaturale seguire in modo spontaneo e genuino tutte le sfumature di una diversa realtà culturale.

Non gli appartengono per nascita e non potrebbe mai acquisirle allo stesso modo di un madrelingua.

Ciò porterebbe inevitabilmente il pubblico a perdere varie sfumature dello spettacolo, cosa impensabile per una regolare visione di film stranieri, tanto al cinema quanto in TV.

Forse esistono delle singole eccezioni, specialmente fra gli interpreti ad alto livello, ma non fanno certo la differenza per un cinema che invece si basa su decine di milioni di spettatori per cultura, parte dei quali non intenditori di lingue straniere.

E comunque non riuscirebbero a godere pienamente il film straniero nemmeno i migliori interpreti italiani, tanto che un buon traduttore sa che per tradurre al meglio in lingua straniera, ad esempio, occorre un collega di madrelingua e non a caso.

Da ex studente universitario Davide Pigliacelli testimonia la leggerezza con la quale troppo spesso gli studenti di lingue vengono promossi. Si tratta di una percentuale di un certo peso, giovani che in parte non sono preparati abbastanza, che in parte perdono familiarità con le lingue apprese perché non trovano lavoro e si dedicano per forza ad altro, più una parte minima di veri cultori delle lingue che in quanto tali spesso si trasferiscono all’estero e quindi diventano estranei al cinema doppiato.

Quindi il doppiaggio non ostacola l’apprendimento delle lingue straniere?

Ovvio che no! Altrimenti dovrebbero essere linguisticamente ignoranti anche i giovani di paesi invece all’avanguardia come Germania, Francia e Giappone, per citare solo alcuni di quelli che hanno il doppiaggio.

I loro studenti, si sa, sono più preparati dei nostri e perfino la popolazione in genere se la cava abbastanza bene con le lingue straniere, eppure da loro si usa il doppiaggio proprio come da noi.

Il problema non è dato da noi doppiatori, ma dalla cattiva politica circa l’istruzione italiana e la pigrizia purtroppo ben nota di molti connazionali, anche molti tra i più giovani.

Perciò doppiaggio e basso livello culturale viaggiano su binari opposti e indipendenti tra loro.

La modernità ci ha abituati ad avere qualunque cosa e subito, ma in una società ciascuno ha il proprio ruolo e perché ogni cosa funzioni armoniosamente è necessario che tutti si attengano ad esso.

Il doppiaggio è una di quelle delicate realtà che per mantenere bellezza e valore vanno lasciate alla loro dimensione, come un’opera d’arte da ammirare attraverso la teca che la conserva.

Per comprenderne bellezza e valore non è possibile cambiare quell’opera con l’illusione di semplificare le cose.

Anche per questo invitiamo i curiosi a non chiedere agli studi di doppiaggio di assistere ai turni, perché ciò rischierebbe di diventare una pessima abitudine, come chiedere di assistere alle riprese di un film, proprio sul set, accanto all’attore.

E’ un desiderio comprensibile, ma nella pratica non giustificabile.

Oltre a chi ne ha bisogno perché ambisce con ragione al mestiere, ci possono essere delle eccezioni, ma che devono restare tali, come il conoscente di fiducia di un addetto ai lavori, in genere conoscente di un doppiatore.

Quindi a volte capita, ma solo nel caso di persone serie e di provato rispetto.

Davide Pigliacelli, ad esempio, in quanto promoter del settore e amico di alcune celebri voci, ha spesso modo di assistere in sala.

A volte lui stesso evita di farlo, specialmente alla prima puntata di una serie nuova, dove occorre ancora studiare le esatte caratterizzazioni da attribuire ai personaggi, operazione che richiede il massimo della concentrazione.

Quindi lasciamo rispettosamente i doppiatori al proprio lavoro.

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