Il doppiaggio è un ambiente chiuso?

12 09 2013 da

“Il doppiaggio è un ambiente chiuso?” ci si chiede spesso, ma la domanda andrebbe girata: “Quanti sono i veri talenti tra i molti autoreferenziati?”.
Cominciamo col dire che noi doppiatori siamo attori, attori in tutti i sensi, tanto che siamo chiamati più precisamente attori/doppiatori.
Siamo attori specializzati nell’audio dei film, quindi il semplice termine “doppiatori” è un diminutivo di “attori del doppiaggio”.
Professioni come il doppiaggio non sono alla portata di tutti, specialmente di quei trentenni che, una volta appresa la magia celata in sala di registrazione, sognano di affiancare i grandi professionisti, giovani o meno che siano, solo frequentando un corso di alcune settimane.
Il risultato effettivo è spesso quello di perdere tempo e farne perdere ai direttori che il più delle volte si ritrovano a provinare persone piene sicuramente di belle speranze, ma poco altro.
Capita di ascoltare dei provini di giovani con voci molto belle, dotati di una dizione impeccabile e ottime capacità recitative, ma che non aderiscono adeguatamente al volto dell’attore, né sanno restare al passo col sincrono.
Non basta avere alcune qualità, ma tutte quelle richieste dal caso.
Una voce prestata al grande cinema è una voce ben allenata in tutte le sue sfumature, una voce avvezza anche al canto, ad esempio, tanto che in genere nei cartoni animati come quelli Disney i doppiatori si ritrovano anche a cantare.
La formazione di un doppiatore è molto più profonda e articolata di quanto non sembri.
Giovani così possono diventare teatranti o perfino attori di cinema, ma non del doppiaggio.
Perfino alcuni nostri colleghi a volte rimangono fossilizzati nei ruoli delle serie TV minori e non riescono in altro, questo perché hanno appreso sì la tecnica, ma la applicano con meccanicità, privi di una propria unicità espressiva e non arriveranno mai ai ruoli principali del grande schermo.
Va detto che oggi, oltretutto, viviamo nell’epoca delle cose “facili”, del capriccio dato dalla illusoria immediatezza delle moderne tecnologie, le quali possono sì accorciare i tempi, ma solo nella loro meccanicità, non certo nel loro valore, nel senso che io principiante posso sì trovare una scuola di teatro più facilmente che nel passato, ma sempre dovrò aspettare anni per studiare e maturare.
Non è che la tecnologia mi faccia diventare in anticipo un grande attore…
Come si dice a volte: i bambini ancora ci mettono nove mesi a nascere…
Oggi, per puro commercio dell’arte, chiunque può creare un gruppo teatrale di completi inesperti curiosi e chiunque può dire di fare teatro, non sapendo però cosa comporti nella pratica tale affermazione.
Ovviamente tutti sono liberi di cimentarsi, chi per timida passione e chi forse per gioco, ma certo, basta però che questo non serva poi da futuro pretesto per darsi arie da attori, sentirsi prestigiosi e aspettarsi provini di doppiaggio…
Capita già coi video Youtube a volte, dove qualche giovane (anche simpatico e divertente magari, ma non dotato nella recitazione) un po’ tenta illusoriamente di proporsi come possibile promessa del doppiaggio… anche se è evidente quasi sempre (ma molto evidente) che non sta recitando, bensì imitando grossolanamente e in pratica solo giocando, perché non sa recitare, punto.
Non è una colpa, per carità, purché non ci si aspetti dei complimenti professionali però… o quella diventa stupidità mista ad arroganza neanche troppo velata.
E’ tenero e piacevole leggere tra i commenti al video gli apprezzamenti, ma diventano complimenti molto gratuiti se osannano ciò che non è per niente recitazione, mettiamo in chiaro.
Il protagonista di questo genere di video, dopo aver ringraziato per i complimenti, dovrebbe domandare a quei commentatori se per caso stanno esprimendo liberi pareri personali da profani o se magari sono attori loro stessi… Questo sì ha senso per chi si vuole proporre.
Non porsi tale quesito è già di per sé ulteriore prova che nel video non si è alla ricerca di professionalità, bensì di soldi facili (pubblicità nel proprio video), orrida illusione derivante in genere dai sogni semplicistici stimolati da certi programmi TV.
La migliore possibilità di inserimento nel doppiaggio è in tenerà età e anche in questo caso non è detto che vi si riesca.
Il doppiatore bambino deve possedere una buona dizione e un decente ritmo di lettura.
Per un collega adulto tre minuti di scene diventano un’ora intera di lavoro, quindi figurarsi per un bambino agli esordi.
Perché un bambino non figlio d’arte possa vincere dei provini è necessario che la famiglia lo segua con serietà e costanza nel suo cammino linguistico e recitativo, il che però è onestamente poco comune.
Oltretutto è un impegno anche più concreto, nel senso che il bambino va accompagnato negli studi di doppiaggio più volte possibili.
Come minimo è necessario vivere in una delle città del doppiaggio, specialmente Roma, altrimenti diventa qualcosa di impraticabile.
Sarebbe impossibile farsi notare dai direttori senza assistere ogni settimana e chiedere un provino a più studi possibili . Questo lo si riesce a fare solo restando nella stessa città ovviamente.
Servono passione e talento, certo, ma anche pazienza e disponibilità completa.
Nessuno vi noterà e sceglierà se non siete presenti con costanza, così come nessun mister vi farà giocare in squadra se non partecipate sempre agli allenamenti.
Di questi tempi svogliatezza e confusione dei giovani allontanano le arti e il senso del sacrificio, per cui da piccoli spesso non si comprende il potenziale offerto dal doppiaggio e non si ha voglia di farlo.
Per le ragioni spiegate dal presente sito nel doppiaggio i piccoli sono pochi e quasi esclusivamente figli di esperti del mestiere.
Anche il miglior professionista può trovarsi a ripetere la scena più volte, dato che molti sono i fattori in gioco.
Ascoltate l’esempio di questo file audio, dove il collega Jacopo Bonanni (classe 1992 e doppiatore dal 1997), diretto da Francesco Pezzulli, doppia il suo Chris Colfer nella serie TV “Glee”.
Notate quante volte una sola frase può aver bisogno di essere ripetuta (e parliamo di un professionista).
Le sale di doppiaggio non sono per sognatori, ma per chi è pronto e con provata professionalità, così come Cinecittà non è per chi sta imparando, ma per chi già sa recitare.
Gli studi di doppiaggio sono un po’ come un’appendice di quelli cinematografici.

Quindi è un settore tendenzialmente chiuso?
Ciò non deve sorprendere, Si tratta di cinema ad alti livelli, non di una recita scolastica, anche se bisogna dire che rispetto al passato presenta maggiori aperture verso chi è esterno all’ambiente.
Ad ogni modo questa apertura va dosata con cautela, anche perché è rivolta ai talenti di bambini o adolescenti, cioè chi può ancora sperare in una formazione artistica vera.
Il doppiaggio ha un falso sapore di ambiente ristretto a pochi eletti, ma solo perché per contrasto il resto del mondo dello spettacolo ha ospitato talenti sempre meno formati, più improvvisati e approssimativi, come molti di quelli provenienti dai reality.
Infatti sempre più persone si improvvisano senza coltivare le giuste competenze e tal volta ci ritroviamo scavalcati ai casting da chi sicuramente non merita di affiancarci, tanto meno di sostituirci.
Quindi non è il doppiaggio ad essere un covo di pochi prescelti, ma è il resto intorno ad esso ad essersi rilassato oltre modo.
Questo avviene grazie al rapporto di amore/odio tra i doppiatori e l’anonimato che li ha automaticamente e ingiustamente tenuti lontani dal pubblico.
Da una parte ciò è stato un male per il riconoscimento mancato all’immagine di noi attori del doppiaggio in questi decenni, ma dall’altra ciò ha preservato il settore dai talenti troppo improvvisati e da ogni leggerezza in sala di incisione.
Oggi giorno festival, libri, riviste, programmi radio e siti internet stanno finalmente facendo emergere i volti dei doppiatori, ma bisogna fare attenzione che questo non illuda lo spirito avventuriero di qualche appassionato forse troppo zelante che sogna di fare doppiaggio già da adulto e dalla notte al giorno.
Ciò degraderebbe per natura il settore, rendendolo sempre meno all’avanguardia e sempre più commerciale, come infatti è avvenuto per cinema e TV, settori più conosciuti e che quindi si sono aperti agli esterni per primi, a volte anche troppo.
Doppiatori si può diventare, ma con tempi e modi giusti.
Agli occhi di colleghi è committenti la responsabilità di un cattivo doppiaggio non ricade certo sul doppiatore novello, ma sull’intera società di doppiaggio che lo accoglie.
Per studio e colleghi non si tratta solo di reputazione professionale, ma anche di pratica economia.
Se la cosa è poco semplice per un bambino, figurarsi per ragazzi adolescenti.
Consigliamo cautela ed umiltà ai rari doppiatori dell’ultima ora, giovani appena assunti come forze novelle di spalla, apprendisti.
Nel web appaiono con un curriculum evidentemente povero, ma che va ad affiancare quello dei veri cultori del doppiaggio, coetanei che invece hanno già quindici solidi anni di esperienza alle spalle e che non a caso presentano schede filmo grafiche con cinque o dieci pagine in più di interpretazioni per cinema e TV d’alto livello.
I talenti naturali esistono, ma sono troppo pochi per pretendere di doppiare in modo indiscriminato.
Anche un talento naturale deve procedere per gradi, avere comunque una formazione (non pochi mesi e via), sia per esigenze tecniche, che per rispetto ai principi artistici del doppiaggio e dei professionisti che li precedono per esperienza, un’esperienza acquisita nel tempo e con il giusto spirito.
Il doppiaggio, come altri settori del lavoro, non è da tutti.
Nuovamente ci troviamo a pagare il prezzo della disinformazione.
Non vogliamo scoraggiare nessuno, ma invitiamo a riflettere prima di improvvisarsi attori, particolarmente del doppiaggio.
Un doppiatore cresce letteralmente in ambiente, il più delle volte già dai quattro anni di età.
Parliamo evidentemente di una professione di elite, ma tale è perché il cinema richiede il massimo di quello che il doppiaggio sa offrire.
Spesse volte perfino i famosi attori dello schermo non sono in grado di competere con noi in sala.
Sono nostri colleghi, ma non cultori dell’audio dei film.
E’ un po’ come far giocare a golf uno sportivo sì bravissimo, ma che da sempre si intende solo di calcio.

Quindi chi si rivela promettente e vuole imparare?
Il doppiaggio è aperto alle nuove proposte, purché abbiano talento però, umiltà e spirito di sacrificio, ma anche della giusta età (bambini o adolescenti). Nel doppiaggio vige una regola anagrafica legata allo sviluppo massimo delle capacità che si può paragonare un po’ al mondo del calcio, ad esempio, dove allo stesso modo non si diventa calciatori di serie A iniziando la professione già a trent’anni e più.
Sfatiamo il mito del doppiaggio come un unico circolo di privilegiati, una casta mafiosa che manda avanti solo amici e parenti, perché non è così!
Ci sono realtà chiuse, è vero, ma anche realtà aperte e disponibili. I circoli chiusi non sono una prerogativa del nostro settore, bensì un fenomeno diffuso in ogni ambiente di tutte le società umane.
Non escludiamo che qualcuno si sia imbattuto in doppiatori indifferenti e scostanti, ma non è onesto etichettarci tutti così.
Il doppiaggio è dato da tutti i professionisti, non solo una parte. In questi casi bisogna continuare a rivolgersi ad altri fino a trovare le persone giuste, perché ci sono.
Una delusione è comprensibile, ma non giustificabile quando mossa contro l’intero settore.
Alcuni si ostinano a vedere solo il bicchiere mezzo vuoto, evidentemente loro per primi prevenuti e fondamentalmente invidiosi della carriera altrui.
Colleghi come Gianluca Crisafi, sono una testimonianza di chi con talento, pazienza e umiltà riesce a diventare doppiatore anche in età in teoria artisticamente tarda, ricordando però che occorre a questo punto avere già anni di esperienze fra teatro e TV, come è stato per lui.
Per imparare quindi serve la pratica, ma prima occorre essere valutati da un direttore e solo se si hanno talento ed intenzioni serie, poi si affinano le capacità con il corso di doppiaggio e solo dopo si cerca di farsi valere con i primi piccoli turni.
Assistere ai turni, ripetiamo, è cosa molto rara, tranne che per gli apprendisti, altrimenti si rischia di disturbare la tipica concentrazione data dalla sala insonorizzata e la penombra dell’ambiente, tutte peculiarità del caratteristico isolamento del mestiere.
Chiedere di assistere in sala di doppiaggio equivale a chiedere ad un regista di restare accanto agli attori sul set ad osservare dal vivo le riprese del film, rendiamoci conto.
In genere un doppiatore rende al top nella sua performance anche se un inesperto assiste, ma non è una prerogativa del suo lavoro e a volte può capitare che sia un doppiatore timido per natura, ragioni in più perché assistere non passi con leggerezza da privilegio a diritto automatico.
Assistere è solo per chi ha vero talento e serietà.
Il nostro è un mestiere che va coltivato da giovani.
E’ impensabile intraprenderlo da adulti, a meno che si tratti di fenomeni d’eccezione, ferma restando però una buona esperienza teatrale alle spalle.
La curiosità di farlo è tanta anche tra chi è inadatto perché la durata media della vita si è allungata e sempre più persone in età ne fantasticano.
Il ragazzo che inizia questo lavoro deve fare la normale gavetta, la quale i colleghi, sì coetanei, ma esperti ormai da lungo tempo, hanno già fatto, solo che in modo diverso, naturale.
Certo non vorremo dare loro la colpa di essere nati da genitori doppiatori…
La gavetta ha un sapore e una valenza diversi quando la si inizia da bambini e non pesa come quando comincia in età già matura.
Nel secondo caso va tenuto conto di questo rapporto con particolare riguardo, pazientemente consapevoli che il tempo farà il resto.
E’ anche ovvio, perché nessun direttore chiamerà mai per un doppiaggio serio qualche talento senza esperienza.
Si rivolgerà piuttosto a chi già sa fare un lavoro così importante nel modo migliore e nel minor tempo possibile.
Affinché l’arte del doppiaggio si preservi in tutto il suo splendore è per forza di cose necessario che sia accessibile esclusivamente a chi è in grado di emulare le star a livello internazionale.
In caso contrario avverrebbe per natura un’inflazione di voci e l’inevitabile conseguente rovina del settore.

E il fatto che spesso siete doppiatori parenti?
Per doppiare si vive gran parte della vita in sala di registrazione ed è normale che spesso ci si innamori tra colleghi, ragion per cui ci sono coniugi che fanno entrambi questo lavoro.
Altrettanto spesso i nostri figli ereditano il talento e vengono avviati allo stesso mestiere.
E’ una cosa normale, naturale.
E poi non c’è ragione per cui dovremmo negare a dei nostri cari talentuosi questa possibilità.
Chiunque vuole il meglio per coloro ai quali tiene.
L’importante è che si tratti di persone con del vero talento.
Non vorremo certo fare di una parentela una colpa capitale…
Non siamo sfruttatori che si arricchiscono con il denaro altrui, ma siamo dei professionisti del doppiaggio che vivono onestamente del proprio lavoro.
L’obiezione sarebbe accettabile nel caso di un doppiatore parente al quale però non corrispondessero le capacità implicitamente decantate dal suo nome.
I nostri figli, ad esempio, i quali non sempre scelgono questa carriera, svolgono il loro lavoro in sala con credito e passione, come dimostrano i loro doppiaggi.

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