Doppiaggio: meritocrazia o favoritismi?

01 02 2014 da

MERITOCRAZIA O FAVORITISMI NEL DOPPIAGGIO?

Sicuramente un buon talento trova il modo di farsi valere, non con facilità, ma se insiste lo trova.

Altri ci sono riusciti e non a caso. Non tutti lavorano per raccomandazione, ricordiamo.

Ostinarsi contro tutto il doppiaggio in tronco è cosa molto stupida e banalmente semplicistica, irresponsabile, infatti milioni invece ci sostengono e sempre di più.

Sfaldare un intero sistema per dei suoi difetti annienterebbe alla lunga ogni settore del nostro paese, mentre un atteggiamento di studio e un’azione riparatrice possono salvare e preservare il meglio di ogni cosa, il che è la sola via del progresso.

In tutto questo molto conta il peso  del mercato che fa pressione sul doppiaggio per prodotti sì più veloci, ma anche fin troppo e per questo più scadenti che non nel passato.

In un contesto simile i direttori non hanno più il tempo materiale di insegnare alle nuove generazioni di doppiatori come nel passato, specialmente ai non figli d’arte che quindi mancano della migliore formazione di base.

Con questa indotta frenesia lavorativa anche chi si vuole affacciare al settore è penalizzato sempre di più, dato che simili ritmi fulminei di doppiaggio può reggerli (e a fatica) solo chi ha un bagaglio artistico d’eccellenza come i figli d’arte.

Il problema è quindi a monte e il crescente sostegno degli ammiratori ci permette di mettere in luce anche gli ostacoli e di avere un tale buon ritorno di immagine da acquistare un sempre maggiore potere contrattuale che contrasti le prepotenze che spesso arrivano dal mercato per il quale doppiamo.

La meritocrazia nel doppiaggio quindi c’è, ma per volontà altrui manca sempre più il tempo di applicarla, nel senso che per rapidità e praticità un direttore si affida a chi è già formato e di provata esperienza, solo modo per soddisfare al meglio le necessità interpretative di produzioni come quelle di Hollywood che di certo non giocano alle imitazioni ma lavorano su recitazioni professionalmente serie.

Nel doppiaggio la meritocrazia è accentuata dal fatto che non servono muscoli e avvenenza come nel resto del mondo dello spettacolo, ma capacità attoriali e una voce adeguata in tutte le caratteristiche richieste dal settore.

Molti sono i casi di persone che si sono fatte conoscere in ambiente e con modi e tempi giusti sono arrivate lontano, come: Francesco Vairano, Claudio Capone, Marco e Paolo VivioGianluca Crisafi, Manuel Meli, Gianluca Cortesi, Gabriele Patriarca, Leonardo Graziano, Claudio Moneta, Davide Garbolino, Daniele Raffaeli, Edoardo Stoppacciaro, Luca Mannocci, Benedetta Degli Innocenti ed altri.

E’ quindi ingenuo credere che girino solo i figli d’arte. Per altro essere parenti non è una colpa, basta lasciare spazio anche ai talenti esterni, cosa che succede infatti, ma a patto che ci siano i requisiti giusti.

Altro luogo comune: “Una volta doppiavano meglio e non erano parenti …”, come il famoso “si stava meglio quando si stava peggio” che vuol dire tutto e niente.

Bisogna invece riflettere e con garbo:

1. Non girano i soliti doppiatori, ma semplicemente oggi si producono film di tutto il mondo ed è ovvio che ciascun doppiatore così si noti più che nel passato, quando avevamo prevalentemente i classici americani, specie nel caso di voci giovani i cui ruoli oggi spopolano nel mercato del cinema.

2. Spesso si continua il lavoro di famiglia in ogni realtà lavorativa, non solo nel doppiaggio. Vedi genitori, figli e nipoti al banco di frutta e verdura, nello studio medico, in albergo, nelle società di trasporti, nelle imprese edili, negli esercizi di ristorazione, nel commercio in genere, nell’esercito, nel teatro, nella musica, nella TV e nel cinemasia da noi che all’estero, etc.

3. I doppiatori vivono quasi solo in sala d’incisione, normale quindi che i più si innamorino e sposino tra loro. Altrettanto normale che incoraggino il figlio a seguire il loro lavoro, come pure è normale che un bambino cerchi di imitari i propri genitori un po’ in tutto. Quale genitore non offrirebbe tale opportunità al figlio? E quale bambino non è fiero dei genitori e non cerca di imitarli? Se lo facciamo noi gente comune va bene e se lo fa un genitore attore è cattivo costume? Ovviamente no.

4. Le famiglie di doppiatori esistono da sempre, anche in quel glorioso passato a cui spesso ci si appella. Anzi, all’epoca i talenti esterni erano quasi nulli perché questo settore non era per niente conosciuto e capito, quindi le aperture erano solo verso chi faceva già dell’ottimo teatro di livello (salvo normali eccezioni di talenti nati).

Oggi invece si sa di più e ci sono assai più provini di talenti esterni, parte dei quali va in porto e crea nuove voci del cinema.

Talvolta, però, alcuni nuovi talenti, dopo essere stati accettati dal doppiaggio, si rilassano un po’ troppo, con un falso senso di sicurezza e spesso finiscono per darsi arie da divi anche se doppiano solo qualche brusio o due parole al mese in una serie sconosciuta di un canale sperduto.

E’ un altro fattore che di solito li distingue dai veri talenti: loro novelli a volte, quando privi di certa cultura e umiltà tipiche di questo settore, vivono in modo esagerato l’ebrezza di doppiare qualcosa e rivelano subito ciò che sovente li muove davvero: la fredda ambizione, non l’amore per il cinema; vantarsi con gli amici non attori dai quali si proviene, non imparare con abnegazione e umiltà.

Sono pochi i talenti esterni che imparano la giusta lezione, per questo i restanti talvolta non progrediscono o perfino tornano esclusi dal doppiaggio, doppiaggio che richiede invece serietà e maturità.

Mettere in giro storie esagerate sui doppiatori è poi tipico di chi stizzito si è visto ributtato a mare perché troppo pavone e arrogante, nonché superficiale, ritardatario e approssimativo.

E’ come quando un soggetto ottuso e rozzo, se rimproverato, si offende automaticamente senza ragionare e punta i piedi.

Ecco perché studiare due o tre anni in accademia da sì la tecnica, ma non il senso pieno del sacrificio che deriva invece da un parallelo e soprattutto precedente (per anni) esercizio costante sul palcoscenico del teatro.
Se si suda fisicamente, se si avverte la stanchezza del teatro ogni giorno mista alla snervante responsabilità dell’attore davanti ad un pubblico impaziente, se si respirano letteralmente certe atmosfere del mestiere, se si vive l’emozione, la soddisfazione, la delusione, la speranza, l’aspettativa, gli applausi che vibrano intorno alla sceneggiatura etc, allora sì che la formazione è più completa, sì che umiltà e sensibilità sopraggiungono, perché ci si è passati, si è allenati alla pazienza e all’equa stima di sé.

Oggi, però, nei più dei casi si viene dalla malsana filosofia dei corsi online, dal “pago e ottengo”, dal servizio di consegna rapida per posta dei prodotti acquistati nel web, dall’illusione di aver visto il mondo via webcam senza aver mai messo il naso fuori dalla porta… quasi Inevitabile che non si capisca e apprezzi, inevitabile ma non giustificato.

Perché nei decenni passati quasi nessuno ambiva seriamente a fare l’attore? Perché si ambiva a ciò di cui si era normalmente consapevoli, con cui ci si misurava ragionevolmente.

Oggi, invece, aver visto il lato luccicante di un attore se ne ignora la parte più antipatica del dovere;
Si da retta ai provini di poco conto di certo spettacolo in TV e con ciò si misura ogni altra cosa.

Tra odio è amore, si sa, non v’è che un passo. Lo stesso tra l’amore per il doppiaggio e il risentimento verso di esso quando si riceve una sonora bacchettata.

Facile dire: “Un ambiente, guarda… Tutti falsi, ti fanno girare solo se li accontenti. Poi che pugnalate si danno, guarda… Una vergogna, ti dirò… Non pensavo” e ipocrisie simili di chi un attimo prima avrebbe dato l’anima per fare come più gli aggrada e senza troppa fatica.

Chissà poi perché altri talenti esterni invece testimoniano il contrario e diventano nel tempo grandi doppiatori.

5 Esistono problemi per pura natura artistica e pratica, cioè la necessità di assistere ai doppiaggi altrui più volte possibili e in più studi che si possono raggiungere, o è normale che un direttore preso dal lavoro non ricorderà mai il volto di una potenziale promessa e non ne noterà il talento.

Ciò, però, non è fattibile per tutti, perché per campare bisogna pur lavorare e il tempo di assistere in genere è comprensibilmente troppo poco, il che è uno degli elementi di selezione naturale dei candidati e non una colpa del doppiaggio in sé.

La questione, infatti, si estende a tutti i settori dello spettacolo, il doppiaggio in modo particolare per la sua complessità.

Assistere e studiare e al contempo praticare il teatro in vista del doppiaggio dipende solo dall’apprendista.

E’ una scommessa dopotutto, per tutti però, anche per il direttore che espone la propria credibilità accettando e proponendo l’uno o l’altro talento ancora sconosciuto.

L’aspirante doppiatore professionista, se in possesso di tutti i requisiti e il giusto spirito, può sperare nella futura carriera.

Possono capitare giornata storta e direttore sbagliato, ma bisogna insistere; dipende da quanto si è preparati e disponibili, da quanto ci si crede realmente.

Essere figlio d’arte, facciamo notare, non è solo un privilegio, ma anche un impegno.

Il lato interessante dato da prestigio, soddisfazione, premi e ammiratori si tiene in equilibrio con l’altro lato a cui non si pensa mai e che è dato da: pregiudizi da chi non conosce il settore, invidie di coetanei a scuola e brutti voti da insegnanti gelosi, stress per il lavoro in sala subito dopo la scuola invece del gioco con gli amici, il fine settimana chiusi in casa a recuperare alcune materie, la difficoltà nel gestire amici e partner che non mirino solo al suo successo ma che si affezzionino a lui sinceramente, le aspettative del pubblico per il nome d’arte ereditato, lo stress da automatica competizione per tale responsabilità, il timore di non essere all’altezza e deludere sia famiglia che colleghi, finire bersaglio facile della critica al primo inciampo, essere etichettato, etc.

Più è alto l’onore, maggiore è l’onere.

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