Che dire della questione tra sottotitoli e doppiaggio?

12 09 2013 da

Premettiamo che sia il doppiato sia la versione originale di un film straniero trovano il proprio pubblico di destinazione, pertanto sono entrambe edizioni legittime.

Questo articolo è però atto a spiegare le ragioni del doppiaggio contro l’eccessiva critica sul tema.

I sottotitoli sono un ripiego mediocre, dato che in basso allo schermo raramente entrano tutte le parole del dialogo in corso.

Spesso sono un riassunto del concetto espresso, poco fedele all’originale e quindi un po’ fuorviante.
Questo sia per ragioni di spazio fisico, che di spazio temporale della scena.

Spesso i sottotitoli coprono parti visive che comunque saltano all’occhio durante il film.

Da contare anche il fatto che leggere il sottotitolo italiano con l’originale nelle orecchie non solo distrae dalle immagini e quindi il film invece di guardarlo finisce che così lo leggo, ma la lettura di sottotitoli porta la mente a paragonare in automatico lo scritto col sonoro del film con inevitabili e spontanei silenti lavoretti di paragone delle due versioni, ulteriore distrazione.

Non è così che si segue la trama di un film…

Lo stesso Pasolini affermò che il doppiaggio è il compromesso meno invasivo rispetto ai sottotitoli.

Il grande Federico Fellini, dal canto suo, era un sostenitore dei colleghi doppiatori.

Il sottotitolo violenta la tipica magia illusoria del film, la interrompe.

E’ un po’ come se in teatro qualcuno passasse in proscenio con un cartello che traduce le parole di qualche personaggio straniero della rappresentazione,, una vera oscenità per il godimento dello spettacolo.

Coi sottotitoli l’attore di un film non lo studiamo come vorremmo, ma lo leggiamo con le didascalie mentre parla.

Oltretutto oggi si guarda un film sempre più spesso su piccoli computer portatili e perfino sui cellulari, specie tra i giovani, quindi figurarsi come si possano leggere sottotitoli schiacciati in un’immagine già ridotta su schermi portatili …

Mentre il doppiaggio garantisce quasi sempre un’ottima qualità di lavoro perché fatto da attori professionisti con esperienza decennale, i sottotitoli (specie su internet, che vanno per la maggiore) non sono affatto garantiti circa la qualità, ma vengono realizzati liberamente da chiunque e spesso con grossi errori fuorvianti di traduzione.

Vi sono anche traduzioni ben fatte, ma non possiamo certo adottare i lavori di chiunque nel web e sostituire i professionisti del sistema ufficiale approvato dai produttori stessi …

Se è vero che il doppiaggio è un compromesso, i sottotitoli lo sono ancora di più, un compromesso peggiore per la qualità della visione.

Che i sottotitoli siano più fedeli all’originale è una balgianata che non sta in piedi. Senza contare che tal volta le didascalie degli stessi DVD presentano errori tali da farti fermare a riflettere per capire cosa intendesse la frase letta, magari quella di una scena importante oltretutto, il cui gradimento così va a rovinarsi ancora di più.

Figurarsi poi quando gli attori alternano le battute con rapidità fulminea, come nelle scene d’azione, oppure quando più personaggi si accavallano pur facendosi capire.

Un attore che recitava troppo rapidamente per i sottotitoli era Robin Williams, ad esempio.

Pensare di mettere in pausa le scene solo per leggere i fulminei sottotitoli è un crimine contro il film stesso, il suo ritmo. E’ assurdo anche solo pensare di fermare una scena drammatica o d’amore, il famoso pezzo forte che aspettavamo da due ore, solo per leggere tutte le didascalie.

E al di là della scena chiave, è comunque improponibile anche per il resto del film. Ma neanche c’è da pensarci.

Lo stesso problema si ha anche per il caso opposto, cioè i film molto lenti con scenari quasi fissi e ripetuti, le cui scene quindi non bastano minimamente per intuire qualcosa al di là dei dialoghi per interpretare correttamente sentimenti e intenzioni dei personaggi.

Anche quì il parlato fa tutta la differenza e la lingua se non la conosci bene non la capisci e solo il doppiaggio ti salva al meglio.

Se i riferimenti della cultura straniera del film e i modi di dire tu italiano non li conosci, è inutile rivedere la scena più volte. Starai lì ad interrompere la visione perdendone il sapore per più volte e per più volte non capirai.

Come si può pensare di spezzare il ritmo di un film? Certo non è quello che i regista si è proposto per gli spettatori.

Che lo spettatore italiano guardi il film in originale fa sicuramente piacere al regista, ma gli fa assai più piacere se per questo si evita di fermare la visione più volte.

Immaginiamoci all’anteprima col regista tutto fiero del suo capolavoro; Immaginiamo di chiedere per nostri problemi linguistici di fermare la proiezione e rivedere delle scene perché magari seguendo con gli occhi un frangente ne abbiamo perso il sottotitolo rivelatore …

Mi sa che il regista come minimo ci butterebbe fuori a calci (non c’è umano che non fermi mai i film che guarda in lingua straniera, tranne un bilingue ovviamente, non se si vuol dire di aver afferrato ogni parola e sfumatura).

Un po’ come anche a teatro: non ci sogneremmo mai di far ripetere agli attori sul palco una scena solo perché non abbiamo seguito bene i dialoghi.

Solo perché un film è registrato non vuol dire che prveda la propria interruzione per bilanciare la comprensione linguistica, almeno non come fenomeno nazionale imposto nei cinema o in TV . Non è nella natura della proiezione, tanto meno nei propositi di registi e attori.

La cosa peggiora ulteriormente nel caso di film comici, dove vige l’uso di giochi di parole, modi di dire, allusioni e riferimenti delle culture locali, tutto a grande velocità, un’altra situazione che solo il doppiaggio può tradurre al meglio mantenendo l’immediatezza.

Il film prevede che lo spettatore sia a suo agio, in sintonia con la storia narrata, ragion per cui il doppiaggio lo permette al meglio, come se lo spettatore fosse della stessa cultura in qualche modo, la stessa posizione del regista appunto (nei limiti umani del possibile).

Una diversa lingua con tutti i vincoli che comporta, benché sia la vera lingua parlata dai personaggi, crea per natura una barriera psico-emotiva che provoca distanza con l’utente che si sente palesemente meno coinvolto rispetto alla visione doppiata nella sua lingua.

Ricordando che chiunque è libero di guardare il film in originale, per la maggioranza di noi è così bella la naturalezza della visione italiana …

Dopotutto anche le opere di Shakespeare sono state tradotte in italiano, eppure la nostra versione è in prosa mentre i testi originali sono in rima.

In teoria qui la traduzione sarebbe un vero scempio nei confronti dello Shakespeare originale, una situazione ben più grave di un doppiaggio, ma non è mai stato un problema per nessuno,.

Il male minore di una trasposizione filmica, per intenderci, rimane il doppiaggio.

In alcune culture si arriva perfino alla triste adozione dell’oversound (unica voce narrante che imita superficialmente nella propria lingua tutti i personaggi, i quali rimangono in originale comunque udibili in sottofondo) come audionarrazione di interi film.

E pensare che questa tecnica è proposta dai nostri oppositori come alternativa al solo originale (alla faccia del rispetto del parlato originale!)

E’ un assurdo quindi: sottotitoli e oversound minimizzano sfacciatamente gli sforzi di attori e registi di affascinare con la poesia dei dialoghi ed anche con gli effetti sonori.

Il cinema è un’arte anche visiva, per tanto non può essere violentata costringendo lo spettatore a distogliere di continuo lo sguardo per leggere le didascalie.
A volte i piccoli dettagli delle scene fanno la differenza nella comprensione degli sviluppi della trama.

Nei casi in cui il doppiaggio presenta dei problemi, quasi sempre il disagio dipende non dalle voci italiane ma da traduzioni e adattamenti. Anzi, i doppiatori in quei casi aggiustano il tiro benché non competa loro, salvando spesso la situazione.

Senza doppiaggio i committenti esteri (che ben poco sanno e capiscono della nostra cultura) vedrebbero il loro mercato in Italia crollare improvvisamente di almeno il 70%: niente più spettatori al cinema, niente più abbonamenti ai canali satellitari per film, niente più acquisto di DVD, niente più abonati Rai, ogni canale privato perderebbe gli spettatori, niente più tasse italiane sui film di importazione, esclusione dell’Italia dal giro internazionale d’affari del settore, fallimento dei distributori, ecc…, praticamente un suicidio collettivo che con effetto domino raggiungerebbe i produttori stranieri, i quali si sveglierebbero il mattino seguente con molti milioni di $ in meno nelle loro tasche.

La moda dei sottotitoli non è nemmeno nata per ragioni di commercio, tantomeno per ragioni linguistiche per l’originale in sé, ma dai fan delle serie TV, i quali impazienti preferivano seguire febbrili subito le nuove puntate online pur di non aspettare e hanno così preso a sottotitolare e a passarsi nel web il materiale inedito.

Ciò ha portato le produzioni a riflettere sul proprio potenziale vantaggio economico di questo fenomeno e lo hanno assecondato, ma non per ragioni di pretesa difesa del loro originale, o lo avrebbero fatto per principio ben prima, bensì solo perché speravano di fare più soldi nel breve termine.

Non a caso continuano ad usufruire del lavoro dei nostri doppiatori, o per il grande pubblico non venderebbero affatto, come ben sanno.

Nella storia il fenomeno dei sottotitoli ha per inciso un’origine di natura non regolamentata o autorizzata secondo la volontà di registi e supervisori, mentre da sempre il doppiaggio rappresenta un prodotto legale, passato al vaglio per più filtri e garantito (nei normali limiti del possibile).

Ricordiamo che non fu l’Italia ad inventare e ad imporre a vita il doppiaggio, ma furono gli statunitensi ad inventarlo e a richiederlo per praticità alle culture locali in Europa prima e altrove dopo.

Il film non ha la prerogativa di insegnare la lingua della propria cultura d’origine, ma di narrare una storia.

Lo scopo del regista è di raccotare le vicende della trama, le curiosità linguistiche sono decisamente di secondo piano.

Che mi importa di ascoltare l’irlandese con l’australiano se per questo della trama capisco poco e niente?

Le curiosità, che sono un in più, me le studio ad un corso di lingue, me le cerco su internet, o le ascolto dall’audio originale sempre presente nei DVD.

Per altro il film originale potrà anche presentare delle curiosità linguistiche, ma non le spiega mica …

Se è vero che il doppiaggio elude dettagli culturali americani come (60 all’ora) tradotto (100 all’ora) e il personaggio che parla di piano terra pigiando in ascensore il bottone (1), è altrettanto vero che nemmeno il sottotitolo spiega i loro perché.

Neppure con sottotitolo e audio originale c’è alcuna spiegazione della cosa.

Sia col doppiaggio che con l’originale occorre che lo spettatore si vada a documentare da sé.

Dialetti e elementi culturali vari sono lì, ma il regista presuppone che chi segue il suo film capisca bene quanto lui.

E a dirla tutta non sono i film il miglior veicolo per apprendere le lingue, bensì le canzoni, è cosa risaputa.

In paesi dove va la versione originale sottotitolata non sempre la capacità di parlare e capire l’inglese è così sviluppata.

In paesi come quelli in Sud America e in Europa dell’Est la popolazione, è risaputo, ha una pronuncia inglese orribilante che scandalizza perfino noi italiani.
Spesso nemmeno conoscono la grammatica e improvvisano, né capiscono quando noi stessi gli rispondiamo con più fedeltà all’inglese.

Per non parlare dell’inglese di giapponesi e arabi…, almeno nella maggior parte dei casi.

Il doppiaggio non favorisce l’ignoranza linguistica, o anche in paesi come la Germania, che usa, il doppiaggio come noi, gli studenti dovrebbero essere linguisticamente altrettanto impreparati, cosa che non è affatto.

Oltretutto, i paesi nordici hanno maggiore affinità linguistica con l’inglese, ragione in più per apprenderlo meglio di un paese latino.

Il problema risiede nella politica italiana d’istruzione, non nel cinema.

I commenti nei blog contro il doppiaggio presentano discussioni portate avanti prevalentemente dai soliti quattro o cinque utenti, mentre il tema si sviluppa su una base di decine di milioni di spettatori italiani che invece continuano a seguire i doppiaggi senza problemi.

Normale che in un blog gli oppositori sembrino tanti, pura illusione psicologica, perché cento o mille (neanche ci arrivano) oppositori, appena paragonati al restante numero di settanta milioni di italiani pro-doppiaggio, si rivelano per ciò che sono realmente: quattro gatti scontenti di tutto e che, infatti, spesso lamentano cose a non finire anche su altri temi oltre al cinema.

Se fosse umanamente possibile un doppiaggio istantaneo, tranquilli che tutti lo preferirebbero a qualsiasi sottotitolo.

Perciò sia doppiaggio che sottotitoli sono un compromesso e ciascuno per natura sporca un po’ l’originale, con la differenza che i sottotitoli negano il sereno godimento alla maggioranza di noi che infatti non li tolleriamo (specie non vedenti, ipovedenti e dislessici gravi), mentre il doppiaggio lascia liberi di scegliere la lingua originale dei DVD.

Il doppiaggio rimane quindi il compromesso più ragionevole e democratico.

Non c’è ragione di irrigidirsi contro noi doppiatori. Il nostro lavoro non sostituisce l’opera originale, ma la aiuta a diffondersi nella nostra cultura.
Diversamente noi italiani non avremmo mai goduto dei grandi capolavori che hanno fatto la storia del cinema.

Il doppiaggio è quindi cultura, arte, progresso e diritto di informazione.
La storia insegna che a rammaricarsene sono in genere i dittatori.

Agli ostinati in merito ricordiamo che esistono cinema che propongono il film del momento anche in lingua originale. Che poi siano solo un centesimo del totale conferma l’importanza del nostro ruolo di doppiatori, altrimenti le sale di proiezione resterebbero praticamente vuote.

A volte i nostri oppositori portano l’esempio di singoli film stranieri proiettati da noi solo in lingua originale, menando vanto della grande affluenza di spettatori. Beh, analizzando più attentamente:

1. Che una singola sala con film in originale sia più affollata davanti ad una con versione doppiata è ovvio, puramente matematico.

Se una sala con film in originale ha tutti i cento posti occupati, sembrerà d’istinto che sia più frequentata delle altre nove sale con film doppiato che su cento posti a testa ne hanno occupati per ipotesi solo cinquanta.

Tuttavia, basta sommare tra loro gli spettatori delle sale con film doppiato per capire che il loro numero supera abbondantemente quello dei cento spettatori della singola sala con film in originale.

Lo stesso vale al contrario: è ovvio che una singola sala che proietta il doppiato sia meno frequentata della singola sala che trasmette l’originale, poiché in quest’ultima si ammassano tutti i turisti, i residenti stranieri e i curiosi di lingue.

2. L’Italia è oggi più che mai un porto di mare, con un numero sempre più elevato di residenti stranieri, senza contare milioni di turisti che magari il film evento del momento nella loro lingua lo vanno a vedere anche se sono in vacanza.

3. Su settantamilioni di italiani c’è sempre una parte di curiosi della versione originale, è normale, preventivato, ma ciò non toglie nulla al doppiaggio e ai milioni di italiani che continuano ad usufruirne regolarmente senza battere ciglio.

4. I cinema che proiettano la versione doppiata rimangono molto frequentati, perfino affollati nei casi di grandi film.

Gli oppositori analizzano spesso un solo giorno di affluenza nei cinema, quello più carente, eludendo volontariamente il fatto che però gli spettatori si distribuiscono su più settimane, perciò calcolano male la casistica, inventando così dati che rimangono fini a sé stessi e che in tal modo mentono al pubblico.

Un film non sta al cinema per un giorno, né per una settimana, ma per un mese e mezzo o due.

Ecco che anche così riscopriamo dati ben diversi, a favore dei film doppiati.

I casi di minore affluenza di spettatori non sono dovuti a doppiaggio o versione originale, ma ai saltuari fiaschi di alcune produzioni e l’elevato prezzo dei biglietti.

5. Imporre per assurdo l’originale i tutti i cinema vorrebbe dire mandarne falliti i proprietari entro il mese:

– Se per ipotesi un cinema normalmente offre dieci film doppiati, con l’originale imposto dovrebbe dimezzare la generale programmazione per offrire contemporaneamente versione doppiata e versione straniera, quindi agli utenti in cerca del normale doppiato non offrirebbe più dieci titoli ma solo cinque.

– Ciò, tuttavia, farebbe subito dimezzare gli spettatori che evidentemente in italia non pagano un biglietto fuori casa per non godersi i dialoghi al massimo della comodità;

– in più avverrebbe un secondo dimezzamento dei restanti spettatori, perché gli orari delle proiezioni dell’italiano sarebbero per metà occupati dalla proiezione straniera, quindi io spettatore, se prima potevo scegliere tra dieci film ad ogni orario, adesso troverò cinque film ad orari come minimo alterni, cioè una media di due film e mezzo in italiano rispetto ai dieci iniziali.

Praticamente su dieci spettatori abituali ne rimarrebbero non più di due o tre circa (esempio su scala nazionale, ricordiamo);

– Ovviamente, prima di darsi al suicidio aziendale e poi forse umano, proprietari e gestori dei cinema aumenterebbero il prezzo dei biglietti nel disperato tentativo di recuperare le assurde perdite in bilancio;

Ciò comporterebbe di conseguenza la cessazione del flusso di spettatori anche a causa dei prezzi troppo elevati dei biglietti, portando così al fallimento dei cinema stessi.

Gli oppositori ostinati lamentano “tu prova, poi funzionerà, ci abitueremo”, ma non funziona già in partenza, perché non si farebbe in tempo.

Sarebbe come pretendere di insegnare ad una persona a guidare nel poco tempo che intercorre tra una curva e lo strapiombo poco distante.

Il tempo è poco e l’auto con tutto il conducente finirebbe giù per la scarpata.

Per abituare settanta milioni di italiani di tutte le età e con diverse esigenze e gusti ci vorrebbero molti anni, solo che in poche settimane cinema e distributori intanto andrebbero tutti falliti.

Un esperimento in singoli cinema (un paio di sale con orari limitati) può andar bene, ma estendere la cosa al territorio nazionale è ridicolo e impensabile;

Lo stesso ovviamente accadrebbe con i programmi TV e i relativi abonati delle emittenti, idem tra videoteche e clienti.

Per apprezzare i dialoghi originali, invece, sussistono anche DVD e blue-ray, i quali sempre presentano tanto la colonna audio doppiata quanto quella con le voci originali, oltre all’accesso illimitato alla lingua straniera del film grazie al mezzo internet.
Anche il digitale terrestre offre l’opzione della doppia lingua.

A ben vedere, quindi, non c’è ragione di un conflitto tra le due scuole di pensiero.

Voler imporre l’originale senza sentir ragioni è a dir poco dittatoriale, oltre che insensato, il capriccio di pochi che si ritengono orgogliosamente più intelligenti e che così dimostrano solo di voler far prevalere il proprio pensiero (folle per le conseguenze) su tutti e su una realtà italiana dalle dinamiche oggettivamente ben diverse.

E’ ovvio che a volte nel doppiaggio ci sia una minima traduzione dell’originale, ma semplicemente perché la recitazione delle due culture e il pubblico di destinazione cambiano.

Quindi, noi doppiatori rendiamo familiari agli italiani le intenzioni di una recitazione che in originale sarebbe estranea, perché per natura non la si fa allo stesso modo.

Tradurre per passare da una cultura all’altra è normale e necessario. Nessuno fa della traduzione dei libri una malattia, ad esempio, né dei testi teatrali.
Diversamente non ci sarebbe alcuno scambio culturale su vasta scala.

Gli addetti ai lavori non possono parlare per altri milioni di connazionali che non hanno le loro stesse competenze linguistiche né gli stessi gusti e interessi.

E poi l’arte del cinema non è concepita per insegnare le lingue.
Di per sé un film non ha per scopo l’insegnamento della propria lingua, bensì l’immedesimazione dell’utente.

Lo spettatore del film, più che apprezzare gli accenti originali, ha bisogno prima di tutto di capire che succede e in ogni sfumatura intellettivamente possibile.

Ogni cultura nei film inserisce modi di dire propri e allusioni che uno straniero non può cogliere o capire per natura.

Come fa un italiano cresciuto senza lingue straniere ad apprezzare battute e doppi sensi di cui è pregno un film?

In certi casi americani abbiamo dovuto alludere a Topogigio per far ridere i nostri spettatori in una scena in cui la battuta era giocata su un personaggio estraneo alla nostra cultura.

Sarà insolito che un americano scherzi su Topogigio che è tutto italiano, ma lo scopo principale e fondamentale della scena comica è di far ridere.
L’americano lì ride? Sì. Lo spettatore italiano deve ridere? Sì. In questa ed altre situazioni ricorrenti

l’originale ad uno spettatore d’altra cultura non dice proprio nulla e perde d’efficacia, tradendo il suo compito più elementare.

In altri casi si tratta di tradurre dei proverbi, oppure delle espressioni e dei giochi di parole propri della cultura del film da doppiare.

Non basta sottotitolare in originale, mentre farlo in italiano distrarrebbe ancora di più dalle voci invece straniere.

Quindi il film prima deve affrontare la trasposizione culturale perché l’utente finale capisca e solo dopo può permettersi di dare spazio alle curiosità linguistiche (nei limiti del possibile).

Per non parlare di quando un film in lingua inglese presenta personaggi che interagiscono con accenti diversi allo stesso tempo: l’inglese di Londra, l’inglese americano (che in parte cambia grammatica e perfino lessico dal britannico per intendere le stesse cose), quello irlandese, oppure scozzese, o magari australiano e canadese, più a volte il personaggio che per volontà della storia parla inglese in malo modo perché impersona il ruolo di uno poco ferrato e d’altra cultura.

Dubitiamo altamente che un commesso o un ascensorista vada al cinema la domenica per sottoporsi ad una simile prova linguistica invece di rilassarsi in tranquillità.

Oltretutto la produzione cinematografica di oggi non ha più come protagoniste le produzioni solo di lingua inglese, ma tedesca, israeliana, araba, giapponese, cinese, etc.

Come spettatori non possiamo comprendere tutto di tutte le culture, né passare due ore a leggere dei sottotitoli con una pioggia di suoni e idiomi a noi sconosciuti e che ci appesantiscono la testa distraendoci.

Il cinema deve rilassare e divertire. E’ un momento di svago, non un ulteriore corso intensivo di studi.

E poi, a ben vedere, lo spettatore non vive le vicende dell’attore in sé, ma del personaggio che questi interpreta, quindi non è fondamentale che la voce sia assolutamente originale, perché comunque sia anche in originale è una voce che adotta accenti e intenzioni non sue, bensì finte, del personaggio inventato.

Perciò non è tanto la voce in sé a contare, bensì la sua interpretazione, basta che il doppiaggio ne sia degno, il che avviene quasi sempre.

Se poi uno è lo stesso curioso della voce originale può sempre goderne coi DVD, non viene negato a nessuno.

A volte i criticoni paragonano la cosa ad un ipotetico doppiaggio anche di cantanti e opere d’arte:

“Doppiare l’attore è come avere nel museo la fotocopia del dipinto originale, o la canzone di Celine Dion tradotta e così cantata da un italiano” dicono.

Tuttavia non sono dei paragoni coerenti:

Così, secondo loro, il film sarebbe o solo visivo (dipinto nel museo) o solo sonoro (la canzone(.

A dir poco riduttivo e banale in realtà.

Se così fosse, l’opera d’arte non avrebbe bisogno di essere poi spiegata al turista (per altro necessariamente in italiano), né la canzone avrebbe un testo che poi l’utente spesso si va non solo a leggere ma tal volta anche a tradurre in internet.

Il film è un’opera audio-visiva, non solo audio o solo visiva!

La combinazione delle due cose, più il diverso mezzo artistico di espressione che comporta, si propone in ben altro modo:

1. Il dipinto è immagine statica, il film un susseguirsi di immagini continue e in movimento;

2. Il dipinto va interpretato da elementi come forma del disegno e intensità dei colori, mentre il film comporta anche dialoghi che esprimono intenzioni e d emozioni aggiuntive, più effetti sonori e musiche, tutti fattori aggiuntivi di interpretazione;

3. Il dipinto purtroppo non può comunicare ad utenti come non vedenti e ipovedenti, mentre il film con le sue altre peculiarità riesce ancora a farlo;

4. Un dipinto in genere non è materia per bambini, mentre il film lo è (almeno il genere adatto a loro);

5. Il dipindo richiede tempo, studio, concentrazione, informazione sull’artista, maturità intellettuale etc, mentre un film di solito rimane immediato e più alla portata del pubblico di massa;

6. Il dipinto supera in gran parte le barriere culturali coinvolgendo al meglio qualunque turista al mondo, mentre il film vive il filtro linguistico e culturale più in genere (modi di dire, umorismo, usi e costumi …);

7. La canzone racconta il singolo artista che la canta, mentre il film +è un concerto di persone e culture che devono confrontarsi in certo modo;

8. La canzone racconta con la poesia il visivo che non ha, mentre il film è anche opera visiva;

9. La musicalità della canzone raggiunge il cuore di qualsiasi cultura, mentre il film è legato a dinamiche più numerose e complesse, limitate nello spazio e intellettivo, le sue immagini e il suo parlato imbrigliano in certo contesto la parte emotiva.

La lista potrebbe continuare.

E comunque si tratta anche del semplice fatto che non tutti possiamo voler praticare lo stesso lavoro legato alle lingue! C’è bisogno anche di altri ruoli in una società: l’elettricista, il muratore, il farmacista, il medico di base, il commesso del supermercato, il conducente dell’autobus, l’aviatore, ecc…. Per tanto non tutti gli spettatori si intendono di lingue straniere, né hanno tempo o fantasia di seguire i film nella versione originale.

Un film o una serie TV, per altro, hanno anche un ruolo rilassante.
Figurarsi se milioni di studenti (solo in minoranza di lingue) dopo ore ininterrotte di studio a scuola, vogliono affrontare lezioni di lingua forzose anche a casa…
Sarebbe di una pesantezza esasperante che non porterebbe comunque a niente.

Che dire di chi lavora tutto il santo giorno? Nessuno vuole tornare a casa con giapponesi e coreani nelle orecchie mentre cena con la famiglia o si riposa a letto col coniuge.
A cena poi siamo tutti distratti in parte dai nostri discorsi circa il giorno trascorso e il doppiaggio ci permette allo stesso tempo di seguire anche di sfuggita il senso del film in onda.

Noi italiani non ci siamo sviluppati come i paesi che non hanno mai avuto il doppiaggio, quindi non possiamo fare paragoni, né pretendere pari trattamento.

Difficile credere che i pochi accaniti contro il doppiaggio per coerenza leggano anche la bibbia in greco antico e aramaico, o che studino tutti Goete nel suo tedesco dell’800 e via discorrendo.

Sappiano a questo punto che tutto ciò che nella vita hanno studiato e letto circa autori stranieri e opere antiche è praticamente nullo, perché non era la versione originale, bensì una traduzione, compresi quindi i moderni testi sacri di ogni religione.

Nemmeno i servizi televisivi allora, perché non siamo noi utenti ad andare sul posto, ma tutto è mediato dal giornalista.

Andrebbero quindi aboliti anche i musical che in teatro propongono la versione italiana dei successi internazionali…

Noi certo ci rendiamo conto dell’assurdità che comportano certi ragionamenti deliranti.

Al solito i pochi oppositori del doppiaggio cadono in contraddizioni fuori da ogni logica.

Se invece di sprecare tante energie per cercare inutilmente di demolirci si lavorasse insieme per migliorare la nostra situazione artistica, ne guadagneremmo tutti come si conviene.

Noi italiani ormai siamo così bravi a farci la guerra l’un l’altro…

Sembra di vedere le città stato dei secoli scrosi che si contendevano le regioni di un’Italia così eternamente divisa.

Questi oppositori si rivelano invece persone che amano ostentare una loro superiorità intellettuale, la quale però con quei toni si rivela qualcosa di parziale e patetico, sicuramente molto arrogante, soprattutto gratuito, inutile.

Con rispetto parlando, i registi italiani di questo avviso (non tutti quindi) probabilmente sono in stretti affari con i produttori esteri, ragion percui ne difendono in film nella versione originale a spada tratta anche quando non è il caso.

Spesse volte invece si tratta di soggetti più comuni ai quali sfugge il senso delle cose e che di intellettualismo non si intendono affatto, poiché la caratteristica prima del vero intellettuale è il rispetto per ogni pensiero costruttivo, come lo è il doppiaggio.

In altri casi i blog a noi contrari ospitano i commenti di visitatori rozzi, ignoranti e semplicemente volgari, tal volta perfino blasfemi.
I commenti di blog del genere probabilmente sono perfino inventati in modo anonimo dai loro stessi bloger per dare credito alle proprie posizioni sconsiderate.

Molti sono ragionevoli spettatori che sostengono come noi la doppia scelta delle voci: sia italiana che straniera, a discrezione dell’utente, su DVD o internet che sia.

La minoranza che resta a volte pare rappresentare un gran numero di oppositori, ma solo se considerati da soli.
Quindi un milione di critiche negative su internet sono sicuramente un numero notevole, ma non se affiancate alle decine di milioni di altri connazionali tra nostri sostenitori diretti e altri invece moderati.

I nostri oppositori, se davvero così zelanti come lasciano intendere a parole, dovrebbero rinunciare coerentemente al canone TV per via dei film doppiati, oppure rifiutarsi di andare al cinema e smettere di acquistare i DVD, tagliando ovviamente i ponti con i film doppiati che regolarmente scaricano gratis da internet.

Dopo ciò, sempre in nome del loro “principio”, dovrebbero negare tutte queste cose a figli e nipoti.

Il problema, come al solito, è percepito solo in Italia, poiché all’estero i doppiatori sono considerati nel loro giusto ruolo, quello di attori a pieno titolo specializzati nell’audio dei film: Germania (che porta con sé Austria, Svizzera, Nord Italia e parte dei paesi slavi), Francia (che ingloba parte della Svizzera, Belgio e Nord-Ovest italiano, le regioni delle ex colonie), Spagna, Giappone, Russia, parte del doppiaggio dei paesi slavi, Israele, paesi arabi, etc.

Noi italiani, si sa, restiamo il fanalino di coda dello stimolo alla cultura e del progresso in Europa.
Abbiamo risorse invidiate da tutti, ma le demoliamo.

Quella dei nostri oppositori è in gran parte semplice anticultura.
Naturalmente li rispettiamo, ma non ci è chiaro perché debbano perfino detestarci.

In paesi come l’Olanda si parlano bene le lingue straniere non perché non si doppia il cinema, ma perché queste vengono insegnate già ai bambini di pochi anni di età, i quali così se la cavano benissimo da soli senza preoccuparsi del cinema che in merito non li riguarda affatto.

Il loro vantaggio (almeno di questi tempi di web e globalizzazione) è stato quello di non aver mai sperimentato il doppiaggio nazionale come noi e altri paesi.

Nei paesi scandinavi, oltretutto, la popolazione è molto inferiore alla nostra e investire nel doppiaggio sarebbe controproducente perché non ci sarebbero abbastanza spettatori per compensare i costi di ciascuna realtà nazionale.

Noi paesi del doppiaggio ormai non possiamo più cambiare in modo radicale, o impediremmo di colpo la visione dei film stranieri a tutti gli italiani dai quarant’anni in su, cioè la maggioranza degli spettatori.

La nascita del doppiaggio è stata voluta proprio dagli stessi americani che negli anni ‘30 vollero esportare in Europa i lavori di Hollywood con tanto di doppiaggio locale.

Questa dell’inglesizzazione è diventata una mania, rasenta il patologico.

Se non sei indottrinato ad una visione globalizzata allora sei considerato un cavernicolo stupido e ignorante, perfino dannoso.

Non bisogna imporre, ma proporre: è il singolo individuo a dover scegliere liberamente come meglio crede.

Il doppiaggio, infatti, lascia liberi di seguire l’originale, basta scegliere l’apposita colonna audio del DVD, il canale TV o il prodotto internet in lingua straniera.

Non possiamo, però, sentirci in colpa perché siamo italiani e non stranieri.

L’identità culturale non è una colpa da fanatici, ma semplicemente ciò che madre natura a scelto per noi; siamo nati in Italia e siamo quindi italiani, non c’è da scusarsi per questo.

Incomprensibile questa fissazione per cui dovremmo tutti andare necessariamente a vivere e lavorare all’estero, quasi fosse un principio.

E se voglio restare a casa mia? Dovrò richiedere un permesso speciale di questo passo?

Non è incoraggiando a fuggire dal proprio paese natale che si affrontano e risolvono i problemi di un popolo.

Ma che filosofia è quella che incoraggia a gettare la spugna abbandonando il proprio paese al fallimento?

E la gran parte degli italiani che non può permettersi l’estero? Li lasciamo soli al loro destino?

Dovremmo andarcene tutti in Norvegia? E i norvegesi, una volta invasi dagli italiani, dove si sposteranno? In Svezia?

E gli svedesi, una volta invasi dagli amici norvegesi, fonderanno una nuova patria altrove?

E’ forse una specie di gioco? Tutti a casa degli altri?
Ma che ridicola e pericolosa visione di vita è mai questa?

E’ in patria che bisogna restare e cambiare le cose per il meglio, non fuggire in continuazione abbandonando le proprie radici come se non avessero valore.

Chi da tali “consigli”, infatti, è gente che di solito ha parenti all’estero che ne facilitano il trasloco, o giovani bilingue che così possono da subito tentare l’impresa.

Noi italiani, però, non siamo tutti bilingue, né abbiamo tutti parenti all’estero che ci facilitino il compito (ammesso che abbiamo tutti voglia di separarci da famiglia e amici).

Oltretutto, la gran parte degli italiani nemmeno ha la possibilità economica per farlo.

Non siamo tutti nati a Trieste; l’Italia è data da molte e diverse città con situazioni sociali e culturali variegate di cui tenere conto.

Sì all’apertura verso l’estero, ma no ad un suo obbligo!

Facile criticare dall’estero con una posizione personale già consolidata.

Tal volta la TV ci mostra piccole realtà di studio e di lavoro in giro per l’Italia dove i giovani e le autorità locali sono al passo con il modello estero, quindi non mancano gli italiani con genialità e volontà, ma non vanno lasciati da soli, bensì sostenuti e imitati (qui in loco, stando in Italia).

Se non ci si adopera in patria, come sarà possibile aiutare a cambiare le cose?

Anche quando un giovane riesce a vivere all’estero, che ne è dei parenti rimasti in italia perché non hanno le sue stesse possibilità e capacità? Sono lasciati in balia della rovina nazionale?

Vogliamo applicare la stessa filosofia in tutte le nazioni afflitte da gravi problemi? Le lasciamo implodere per tornarci quando avranno risolto da sole a caro prezzo?

Il giovane che all’estero vuole andarci comunque ci riesce; di frequente sentiamo amici e conoscenti parlare del figlio o del nipote che ora studia o lavora a Londra o Berlino, ad esempio.

Non è il doppiaggio che impedisce l’apprendimento delle lingue, ripetiamo; tanti diplomati e laureati non esperti di lingue riescono comunque ad adattarsi e inserirsi dignitosamente in una società straniera (se si vuole davvero imparare bene le lingue bisogna frequentare assiduamente l’estero, inutile la soluzione in versione ridotta stando in Italia se si vuole il massimo della conoscenza; solo che non tutti siamo interessati a vivere fuori patria).

I saccenti emigrati all’estero che criticano l’italia ritengono vergognoso che un italiano debba adattarsi all’estero facendo lì il cameriere o simili

Ma perché sarebbe vergognoso? Perché?

I nostri nonni forse non godevano di internet e corsi specialistici di formazione, ma possedevano la saggezza d’un tempo per la quale partire come camerieri e simili non era affatto indegno ma coraggioso e segno di maturità e impegno.

Naturale che tutti vorremmo partire dall’alto, ma non tutti siamo bilingue o imparentati con popolazioni straniere che ci possano aiutare ad inserirci!

E spesso, se di parenti lì ne abbiamo, non sono in rapporti con noi e non ci offrono alcun appoggio per trasferirci.

Questi critici non hanno più la percezione della realtà culturale di paesi come l’Italia, se l’hanno mai avuta veramente.

– Se sei un italiano, ti incolpano d’esserlo;
– Se vuoi restari in Italia, ti accusano di provincialismo e ignoranza.
– Se provi l’estero da cameriere e simili, ti danno dell’indegno…

I critici non sono mai contenti, o non farebbero critica.
Hanno costantemente bisogno di polemica per alimentare articoli e servizi giornalistici, o dovrebbero cambiare lavoro

Pretendono che i genitori italiani vedano per primi i film in lingua originale affinché i figli li imitino imparando così le lingue, ma di nuovo trascurano il nostro retaggio storico e culturale:

l’Italia, come altri paesi, è legato a numerose realtà rurali; campagna e montagna le abbiamo nel sangue, non a caso di solito siamo anche noi di città legati ad esse da amici e parenti con radici che risalgono fino a molte generazioni prima.

I nostri nonni, specie col dopoguerra, dovevano lavorare e raramente potevano permettersi un’adeguata istruzione, ragion per cui non hanno potuto abituare i propri figli ad alcuna lingua straniera.

I nostri genitori, quindi, a loro volta disabituati alle lingue, non hanno potuto trasmetterci nulla a riguardo e anche noi siamo privi di questo bisogno di lingue straniere.

Ciò non è un dettaglio irrilevante che si possa escludere con un calcolo matematico, bensì una realtà molto radicata e dalle molteplici sfaccettature.

Ciò non è una colpa, ma uno stato d’essere; c’è una grande differenza.

I critici, che emettono sentenze una volta emigrati, parrebbero farlo nell’interesse altrui, ma a ben vedere elargiscono consigli finché si è concordi con le loro teorie parziali e internazionalistiche.

Paragonano sempre l’Italia agli avanzati paesi nordici… Ciò è bene se si vuole migliorare, dopotutto per farlo va preso a modello chi progredisce già, ma è limitante dal punto di vista della critica sul tema linguistico.

Normale che appariamo sempre arretrati se in qualità di utilitaria ci paragonano costantemente a delle Ferrari, ma il motore non è lo stesso e fattori del genere vanno ricordati.

L’Italia non è il solo paese che pratica il doppiaggio, bensì è uno di molti, quindi occorre contestualizzare con un più pieno ed equo paragone culturale.

Si fanno paragoni verticali (chi è il migliore), ma mai orizzontali (altri paesi che usano il doppiaggio e che infatti hanno questioni culturali simili tra loro).

Sarebbe bene diffidare di articoli sul tema che comprendono appena una o due pagine scarse di contenuti, poiché l’argomento è così vasto che, come dimostra questo nostro stesso scritto, è impossibile liquidarlo in fretta.

Un articolo serio deve invece essere completo e approfondito, un saggio impegnato.

Gli articoli facili danno l’idea di piccole guerre lampo di informazione che altro non fanno se non dividere le opinioni di chi non conosce la materia in esame.

Imporre un solo modello culturale è a dir poco irragionevole, ben altro che rispettoso della scelta che invece appartiene unicamente al singolo utente.

Un simile modello porterebbe ad un’immediata globalizzazione culturale, senza dubbio, ma all’atroce prezzo del sucidio della cultura di ogni singolo popolo come pure quello italiano.

Il doppiaggio, invece, lascia liberi di scegliere senza obbligare nessuno in alcuna direzione; tutti liberi di selezionare l’originale dei DVD e guardare i programmi TV e web nella loro natura estera.

Da capire poi come farebbero non vedenti, ipovedenti, dislessici gravi e anziani a guardare film con sottotitoli per loro illeggibili e quindi solo con un audio che varierà tra: inglese (con innumerevoli accenti locali), tedesco (con le varianti anche di accento austriaco e svizzero), giapponese, russo, spagnolo, arabo (che è un universo di realtà locali), etc.

Parliamo di milioni di disabili visivi che così non godrebbero quasi mai dei film esteri.

In ogni caso il doppiaggio è una realtà irrinunciabile, necessaria per la grande maggioranza delle persone.

Oltretutto è dal 2000 che anche in Italia abbiamo tutti libero e comodo accesso alla versione originale grazie ai DVD, eppure non abbiamo avuto nessun cambio di abitudine e gusti tra i connazionali, ulteriore conferma del fatto che l’influenza nell’apprendimento delle lingue non dipende dal doppiaggio in sé.

Quindi, contraddicentisi oppositori a parte, ricordiamo invece con affetto i milioni di fan e altri milioni di moderati che ci rispettano e seguono con onesta ammirazione.

Approfondimenti agli articoli:

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4 Commenti

  1. Luciano Sabba

    Come si puo’sostituire la voce dell’attore con il doppiatore?
    Quanto sia irrispettoso cancellare la voce del/la protagonista del film non saprei dire ma basta vedere gli altri paesi dove il doppiaggio e’sconosciuto.
    Che meraviglia!
    L’attore nasce e muore con la sua voce.
    La cosiddetta arte del doppiaggio, tutta italiana, si cela dietro al mestiere inventato. Il grande Toto’ detestava il doppiaggio.
    Immaginate, siete all’estero e danno un film con Mastroianni ma doppiato da uno svizzero con accento tedesco….

    • Salve. In primo luogo il doppiaggio non è tutto italiano, torna utile informarsi sulla materia prima di esprimere degli assoluti; che poi Mastroianni sia doppiato in un’altra lingua a noi non sfiora minimamente, perché non ci necessita seguirlo in altre lingue, mentre gli attori stranieri che lo seguono doppiato non si pongono il problema affatto proprio perché, come noi in Italia, anche loro, là dove si doppia, condividono tale arte cinematografica del doppiaggio e non ci vedono nulla di male. Vi sono ragioni storiche e culturali molto precise, come spiega il nostro sito nei molti articoli, non è un capriccio. Libero Totò di non amare il doppiaggio, come liberi Fellini ed altri di amarlo invece. Su Youtube gira ancora un video molto breve in cui Pasolini, che non amava il doppiaggio, afferma chiaramente perfino lui stesso che il doppiaggio è sì un compromesso, ma quello meno invasivo, poiché, precisa, il sottotitolo è un’invasione fisica, visiva, sullo schermo, cosa che lui stesso non concepisce se non come un assurdo inaccettabile per un’opera audiovisiva. Come detto molte volte già, nessuno impedisce di seguire i film in originale se lo si desidera, le fonti sono numerose tra DVD, internet ed altre. Ciascuna tecnica risponde alla necessità di una diversa utenza, senza regione di conflitto per nessuno.

  2. Alessandro Stamera

    “Che lo spettatore italiano guardi il film in originale fa sicuramente piacere al regista, ma gli fa assai più piacere se per questo si evita di fermare la visione più volte.”
    David Lynch non sarebbe dello stesso avviso…

    • Ciao a te 🙂 E’ vero, così come Fellini e Pasolini non sarebbero dello stesso avviso di Lynch, nemmeno Woody Allen stesso. Alcuni americani, poiché meno sensibili al tema e non cresciuti in una delle culture del doppiaggio come la nostra, non comprendono il tutto della questione e pensano di risolverla alla maniera loro dei businessmen. Altri grandi registi, dal canto loro, meglio comprendendo le diversità culturali e storiche, hanno rispetto per quei popoli che vivono mentalità ed esigenze di diversa natura e si guardano bene dal voler omologare il tutto un pò all’industriale. Lynch deve esprimere il suo libero parere, ma personaggi su quest’onda devono anche comprendere la ragioni altrui e che certe affermazioni portano con sé sia oneri che onori. Putroppo la sensibilità culturale non è data da un nome artistico, ma da molti altri fattori e ben più articolati, come illustrato nei nostri articoli. Nessuno impone ad un regista il doppiaggio. E’ il regista col suo personale e i colleghi a scegliere cosa fare e cosa approvare, nessuno lo impone. E’ la realtà di mercato coi vari fattori culturali a determinare la localizazione nell’una o nell’altra forma. E’ importante che ogniuno tenga conto di tutte le varianti, sempre con reciproco rispetto, consapevoli che ciascuno può usufruire del film come più ritiene opportuno per sé.

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