Capitolo 4: Monopolio e periodo bellico

11 09 2013 da

Capitolo 4: Monopolio e periodo bellico

Nel 1935 il capo della direzione generale di cinematografia Luigi Freddi, dopo aver sostenuto il centro sperimentale di cinematografia, autorizzato l’istituzione della società di distribuzione E.N.I.C., favorito l’avvio per la costruzione di Cinecittà e aiutato a far nascere alcune riviste di cinema, ispirò la legge per la quale un numero limitato di film poteva accedere ad un finanziamento pari a un terzo del costo. Il solo requisito richiesto era l’italianità del prodotto.
Una delle prime pellicole a godere del beneficio fu “Tredici uomini e un cannone” di Giovacchino Forzano, amico intimo di Benito Mussolini.
Tra i doppiatori: Carlo Romano, Giorgio Capecchi e Giotto Tempestini.
Altri dei film finanziati furono: “Cavalleria” di Goffredo Alessandrini, “Il grande appello”, “Scipione l’africano” di Carmine Gallone, “La contessa di Parma” e “Il fu Mattia Pascal”, ma particolarmente “pilota” di Goffredo Alessandrini, che nel 1938 venne premiato alla mostra di Venezia con la coppa Mussolini.
La legge destò da subito delle perplessità per la mancanza di criteri oggettivi di riferimento per poter ricevere i finanziamenti, creando così forte disagio tra coloro che non riuscivano ad accedervi.
Si fece carico di riconsiderare la cosa il ministro della cultura popolare Dino Alfieri, il quale nel 1938 la sostituì, non senza accese polemiche con Freddi.
La nuova legge istituiva per i film realizzati in Italia un sistema di contributi proporzionali ai rispettivi incassi, incentivando la produzione di pellicole popolari.Il decreto conteneva alcune norme di carattere protezionistico verso la moneta o verso la produzione cinematografica.
La politica autarchica del governo fascista aboliva il regime di concorrenza nell’acquisto di pellicole straniere, concorrenza che faceva salire i prezzi. Fu stabilito che solo lo stato poteva proporsi l’E.N.I.C. come acquirente, così da pagare il prezzo giusto. L’E.N.I.C. avrebbe provveduto a trattenere una parte dei film per il suo circuito di sale sul territorio della penisola e nelle colonie, mentre quella restante sarebbe stata venduta al miglior offerente dei noleggiatori italiani.
I ricavati avrebbero contribuito a finanziare l’industria cinematografica, al fine di raggiungere l’ambiziosa produzione di centocinquanta film all’anno, riducendo così a centocinquanta quelli di importazione.
La legge, atta a rendere controllabile il flusso di valuta pregiata che forniva all’Italia e al contempo a finanziare la sua industria cinematografica, destò le preoccupazioni di Vittorio Mussolini, il quale temeva una ritorsione delle case produttrici americane con conseguenti gravi difficoltà di approvvigionamento.
Come previsto da Freddi, le major statunitensi minacciarono l’embargo qualora il decreto monopolistico non fosse stato ritirato entro il Dicembre 1938.
Il decreto diventò legge e le case produttrici americane si ritirarono dal fiorente mercato italiano.

I doppiatori, ormai abituati all’attività, temettero fortemente di dover tornare alla vita itinerante degli attori di teatro, rinunciando ad un guadagno sicuro e consistente.
Durante l’embargo le poche società di doppiaggio, operative tutte a Roma, vennero soccorse dalle pellicole italiane da doppiare per la presenza sempre maggiore di attori stranieri, oltre agli italiani in difficoltà al momento di usare le proprie voci o che per varie ragioni si trovavano impossibilitati a partecipare alla post-sincronizzazione.
L’11 Gennaio 1939 la Metro Goldwyn Mayer, la Warner Bros e la Paramount interruppero l’importazioni in Italia delle loro pellicole.
Il ritiro delle grandi case di produzione statunitensi determinò una crisi nel settore del doppiaggio, crisi che avrebbe avuto conseguenze più profonde se non fossero entrati nel nostro mercato i film realizzati dalle case minori come la Monogram, la Republic e la Gran National.
Ciò scongiurò la minaccia della disoccupazione tra gli operatori del stabilimenti di doppiaggio, delle società di distribuzione e delle sale cinematografiche in un momento storico sempre più buio.
Fortunatamente anche altre case come la Columbia, la Unidet Artist, la R.K.O. e la Universal decisero dopo le prime incertezze di continuare a inviare la loro produzione migliore.
L’8 Settembre del 1943 caddero le barriere nei confronti dei film americani, ma prima che gli studi di doppiaggio in Italia si ricostituissero, il materiale tornò per alcuni mesi ad essere prodotto negli Stati Uniti.
In questo momento storico il silenzio fu praticamente totale. Era l’anno in cui la guerra entrava nella sua fase più cruenta e nel devastante scenario della capitale venne colpito anche il doppiaggio.
Si decise di aprire a Venezia lo studio della Cines in seguito della costituzione della Repubblica Sociale di Salò.
La direzione fu affidata al veterano Vincenzo Sorelli.
Tra gli attori più noti: Elena Zareschi, Tino Bianchi, Luisella Beghi e Giulio Oppi.
Il primo film a cui lavorarono fu “Fantasia bianca”.
In questo stabilimento si girarono alcune pellicole che sarebbero uscite dopo la guerra.
Durante il secondo conflitto mondiale Hollywood tornò a doppiare in loco, ma con gli stessi risultati goffi degli anni venti, benché non mancò la buona volontà.
Dallo sbarco in Sicilia in poi le truppe americane portarono con sé molti film in lingua originale sottotitolati e altri con il doppiatore made in U.S.A.
Da Venezia alcuni attori come Felice Romano, Nerio Bernardi, Paola Barbara, Emilio Cigoli, Romano Calò e Anita Farra si recarono in Spagna per le riprese di un film, ma l’armistizio dell’8 Settembre li sorprese mentre il lavoro era quasi concluso. Per tanto il gruppo rimase bloccato e poté rientrare in patria solo alla fine della guerra.
Il 24 Marzo 1944 un’esplosione a Via Rasella gettò Roma nell’incertezza, facendole trattenere il respiro fino al 4 Giugno, quando finalmente gli angloamericani fecero il loro ingresso.
La cinematografia italiana tornò in palcoscenico e, rivelandosi inaspettatamente al mondo con ancora tanti capolavori, contrariamente alle aspettative dei critici, i quali credevano di poter considerare il doppiaggio una delle cause della scarsa produzione di film italiani e la conseguente scadenza di qualità.
Col tempismo tipico dei veri professionisti, gli attori che tanto lustro avevano dato al doppiaggio e a tanti film di basso livello si unirono in cooperativa per proseguire l’attività.
Li aspettava un enorme lavoro, il quale li avrebbe portati a una produzione spaventosa di doppiato. Molti di loro per tanto lasciarono cinema e teatro per darsi anima e corpo alla recitazione di leggio in microfono incorporato a schermo frontale.

(brano realizzato in collaborazione con il Prof. Gerardo Di Cola)

Share

Post correlati

Tags

Condividi

468 ad

Replica

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *