Capitolo 1: Il cinema muto

11 09 2013 da

Capitolo 1: Il cinema muto

La storia del doppiaggio ci riporta agli anni Venti del secolo scorso, con radici che la legano a quella del cinema muto, il quale conobbe un cambiamento dalle conseguenze epocali, sia tecniche che estetiche.
Sin dai primordi il cinema mette a punto nel tempo apparecchi e procedimenti con i quali preservare la memoria di sé attraverso suoni e immagini.
Nel 1824 Nièpce sviluppò la prima fotografia in bianco e nero, mentre nel 1851 Scott inventò un riproduttore di suoni, da cui derivarono il grammofono a disco e il fonografo di Thomas Alva Edison.
Nel 1874 Edison brevettò il cinematografo (apparecchio che movimenta una serie di fotografie).
A breve sarebbe nato il cinema, del quale Edison sarà ricordato come l’inventore mancato.
Nel 1985 i fratelli Lumière inventarono il cinematografo.
Entro lo stesso anno venne proiettato al Salone Indiano di Parigi il primo film muto della storia.
La pellicola conteneva anche delle sequenze del celeberrimo “l’innaffiatore innaffiato”.
Intanto il famoso trasformista Leopoldo Fregoli si esibiva in Italia in alcuni film di canto e prestidigitazione, realizzati naturalmente senza supporto audio.
Egli fu il primo a fare del cinema cantato e parlato a ben venticinque anni dalla nascita del sonoro.
Nascosto tra le quinte pronunciava le battute di ciascun personaggio da lui interpretato, cantando i brani musicali con impeccabile sincronismo.
Colpiva l’immaginazione dello spettatore superando con inventiva i limiti tecnologici, senza l’uso dei dischi fonografici come facevano altri, ma doppiando i i suoi stessi personaggi.
Nel mentre, fra gli studios americani, giravano diversi brevetti per dare voce al cinema, ciascuno dei quali con pregi e difetti.
Presso la Warner fu utilizzato il sistema “vitaphone”, ideato da Lee De Forest, il quale elaborò un brevetto del 1898 del francese Auguste Baron.
Il metodo prevedeva il collegamento tra un fonografo sul quale posizionare un ingombrante disco con il sonoro e il proiettore, ma l’idea risultò complessa, al punto che la Paramount ne diffidò.
Il problema era l’avvio. Gli apparecchi dovevano partire nello stesso istante, ma le immagini del film muto difficilmente potevano sincronizzarsi con un sonoro realizzato in tempi diversi, anche se i due apparecchi venivano avviati correttamente.
Sussisteva, in oltre, la frequente rottura della pellicola durante la proiezione, a causa della quale, fra il mal contento generale degli spettatori, doveva essere riparata per poi continuare la proiezione di un film inevitabilmente fuori sincrono rispetto alla colonna sonora.
Nel 1926 la Warner affiancò al film muto “Don Juan / Don Giovanni e Lucrezia Borgia”, un cortometraggio musicale dimostrativo realizzato in funzione del sonoro. Immagini, musiche e canzoni erano state registrate simultaneamente.
Il vero successo fu dato più al cortometraggio che al film e i critici cinematografici ne furono entusiasti.
Ormai gli spettatori cominciavano a disertare le sale dove si proiettavano solo film muti.
L’innovazione riportò il grande pubblico al cinema e il musical diventò il genere di riferimento. Solo nel 1929 ne furono realizzati ben sessanta.
Alla fine degli anni Venti tra Hollywood e New York gravitava un gruppo di italiani, che avendo tentato il successo nel mondo del cinema come registi, attori e musicisti, si adoperarono per sbarcare il lunario.
I nomi di spicco erano: il calabrese Alfredo Sabato, che lavorava per la Paramount, il napoletano Guido Trento, impegnato soprattutto con la Fox, il mantovano Augusto Galli, attivo presso la Metro Goldwyn Mayer – M.G.M. e il musicista Angelo Capanna, autore della canzone “sei tu l’amore?”. Insieme si adoperarono per ricavare dal testo della canzone il soggetto per un film. In breve realizzarono la sceneggiatura e dopo aver fondato la “Italtone I.N.C.” si misero alla ricerca dell’attore che avrebbe dovuto interpretare il protagonista della storia (Mario), un giovane emigrante.
A Hollywood si trovava il milanese Alberto Rabagliati, arrivato dall’Italia dopo aver vinto un concorso di rassomiglianza della Fox in cerca del sostituto di Rodolfo Valentino.
Rabagliati partecipò subito all’iniziativa, collaborando alla raccolta di finanziamenti tra gli italoamericani sparsi un po’ ovunque.
Lui stesso porterà la pellicola in Italia a montaggio concluso.
Il regista Sabato affidò il ruolo di (Giorgetta), una donna sedotta e abbandonata, alla giovane cantante lirica ballerina Luisa Caselotti, figlia di un maestro di canto italiano, Guido e Maria, soprano molto noto tra gli emigranti.
Per i ruoli secondari del primo film recitato in italiano, benché girato all’estero, furono scelti da Augusto Galli: Ruggero l’abruzzese (Mario De Dominicis) e nella parte di (Claudio il palermitano) Errico Armetta, l’oste in “Fra diavolo” con Stanlio e Ollio, forse il più conosciuto di tutti per aver lavorato con la Universal e l’R.K.O.

L’avvento del sonoro colse di sorpresa l’industria cinematografica italiana, la quale aveva dato i primi segni di vitalità intorno al 1910, diversi anni dopo la prima proiezione avvenuta nel 1896.
Con la crisi iniziata intorno al 1920 il futuro appariva senza sbocchi, soprattutto a causa dell’indifferenza dello stato, ma come in ogni crisi si presenterà la personalità di spicco in grado di cogliere le inevitabili trasmosfazioni indotte dal tempo, così da affrontare e risolvere i momenti di difficoltà.
Stefano Pittaluca fu l’uomo nuovo del cinema italiano, colui che riuscì a inserirsi nel modo giusto e con tempismo nella fase trasformatrice seguita alla rivoluzione del sonoro.
Nato a Campomorone (provincia di Genova) nel 1887, Pittaluca, titolare della società di produzione Fert di Torino, decise perspicacemente di trasferire la sua attività a Roma, dove nel 1927 acquisì gli stabilimenti della Cines, assorbendo la UCI (Unione Cinematografica Italiana).
Durante la ristrutturazione degli studi in funzione delle esigenze del sonoro, egli si prestò a sensibilizzare il mondo del cinema e quello politico sulla necessità di contenere l’invasione dalle pellicole statunitensi e di sostenere finanziariamente la produzione cinematografica italiana.
Il 23 Maggio del 1930 furono inaugurati i nuovi stabilimenti Cine Pittaluca alla presenza del ministro delle corporazioni Onorevole Giuseppe Bottai e di altre personalità.
Ciò rappresentava il rinnovato interesse dello stato fascista nei riguardi del cinema, anche per le possibilità che offriva il sonoro alla macchina propagandistica del regime.
Nel 1929 la Società Anonima Stefano Pittaluca (S.A.S.P.), quale importatrice dei film Warner Bros, fece uscire “il cantante di jetz” al Super Cinema di Roma, Milano e Torino. E l’anno seguente produsse nei suoi studi “la canzone dell’amore” di Gennaro Righelli. Questo primo film sonoro parlato e cantato realizzato in Italia riuscì a battere sul tempo altre pellicole che stavano per essere immesse sul mercato come “Nerone”, “Napoli che canta”, “Corte d’assise” e particolarmente “Resurrection” di Alessandro Blasetti.
Per ragioni commerciali lo stesso Pittaluca ritenne più opportuno dare la precedenza a “La canzone dell’amore”.
Il soggetto era tratto dalla novella di Pirandello “Il silenzio”, la cui sceneggiatura venne curata da Giorgio C. Simonelli.
Gli interpreti furono: Doria Paola (Lucia), Isa Pola (Anna), Elio Steiner (Errico), Mercedes Frignone (la governante), Olga Capri (la padrona di casa), Camillo Filotto (Alberto Giordani), Fulvio Testi (Giocondo), Nello Rocchi (Marietto) e Umberto Sacripante (Renato Malavise).
Il 5 Ottobre del 1930 “La canzone dell’amore” fu presentato privatamente a Mussolini e dopo tre giorni ne fu avviata la programmazione su tutto il territorio nazionale presso le sale cinematografiche della S.A.S.P..
In tal modo l’Italia si allineò con gli altri paesi e prese la via del sonoro. Il film indusse le altre case di produzione a rinnovarsi e lo stato ad intervenire con leggi adeguate ai nuovi tempi e con un degno incentivo economico.
Nel 1931, contemporaneamente alla scomparsa prematura di Pittaluca, il governo fascista vara quelle leggi da lungo attese dal cinema italiano, stanziando contributi economici immediati, applicando severe disposizioni per arginare la presenza di film stranieri, rendendo per obbligo sonori i cinegiornali dell’Istituto Luce, fondato nel 1927.
Nel 1932 fu affiancata alla biennale di Venezia una mostra del cinema; nel 1936 venne ricreato un centro per la formazione di attori e registi per il cinema “”Centro Sperimentale di Cinematografia” e nel 1937 fu fondata a Cinecittà.
Il settore conobbe una riorganizzazione generale, in modo da poter arrivare in dieci anni a produrre almeno cento pellicole l’anno, con la conseguente riduzione di importazioni fino ad un massimo di duecento film.
Finalmente l’obbiettivo era stato raggiunto, ma quando arrivò il momento di dedicarsi alla qualità dei prodotti si abbatté sull’Europa l’uragano di un nuovo conflitto mondiale, il quale avrebbe riportato a zero il cinema italiano.

(brano realizzato in collaborazione con il Prof. Gerardo Di Cola)

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