Quando il doppiaggio cambia i titoli dei film

12 09 2013 da

Perché titoli di film e nomi di personaggi a volte nella versione italiana cambiano?

Occorre considerare gli elementi culturali prima di tutto.

Non dobbiamo ignorare certe esigenze di traduzione, che non si limitano alla lettera di un’opera, ma al suo sentimento più completo.

A volte la critica lo dimentica, accusandoci in modo indiscriminato.

Certo la critica è fatta per criticare, ma il fatto qui è che non si può giudicare a dovere ciò che non si conosce, dato che il doppiaggio è stato vittima del proprio anonimato per troppi anni.

Una volta considerata necessaria la traduzione di un titolo o di alcuni nomi dei personaggi, non è cosa semplice o automatica adottarne l’una o l’altra versione.

La critica giudica col senno di poi, ma i direttori del doppiaggio devono confrontarsi col problema ancora prima che il film esca nelle sale, incerti del suo impatto sul pubblico.

Gli spettatori non sanno nemmeno che ormai nessun doppiatore riceve il tempo per studiare le scene con un minimo di anticipo, mentre una volta accadeva normalmente.

Anni fa, molti ormai, i doppiatori e i direttori guardavano il film in lingua originale nella sala di proiezione che ogni studio di doppiaggio aveva. Ne discutevano e tutti insieme incidevano gli anelli con tutto il tempo richiesto dal caso.

Questo sì era professionale, rispettoso di ogni ruolo artistico, diretto e indiretto, italiano e straniero.

Oggi committenti e distributori, scavalcando la nobilità e la dignità del mestiere, impongono dei tempi stretti da catena di montaggio e senza possibilità di recuperare gli inevitabili errori, salvo piccolezze grazie allo scrupolo in sala di doppiaggio.

Oggi anche il doppiatore più esperto arriva al leggio senza avere la minima idea di cosa sta per vedere, tranne i casi di grandi film cinema e solo per un riassunto sommario del direttore, non per una visione in anteprima.

A volte si critica il doppiaggio del passato, dimenticando anche che gusti e canoni artistici sono in continua evoluzione.

Calibrare tutte le sfumature di un’opera tradotta è cosa ardua e richiede molta responsabilità.

Occorre considerare prima di tutto gli elementi di diversità culturale, vestendo i panni degli spettatori della lingua d’arrivo.

Non dimentichiamo che le maestranze italiane sono così ammirate che tal volta lo stesso regista straniero mette mano alla selezione dei provini, come nel caso di “Star Wars – La minaccia fantasma”, dove George Lucas in persona ha scelto per il suo (Anakin Skywalker) la voce di Alessio Puccio.

Hollywood ha grande rispetto e ammirazione per noi del doppiaggio.

A volte gli attori stranieri ai festival, alle presentazioni dei film del momento o per telefono si complimentano con noi, ci ringraziano perfino.

In ogni caso la questione riguarda solo i vertici e i doppiatori non hanno alcun potere decisionale, ma si limitano a dire ciò che viene indicato loro dai direttori che li conducono.

La cosa varia anche da direttore a direttore, ma mai bisogna sparare accuse a raggiera contro i doppiatori, i quali ricoprono ben altra responsabilità.

E casi eclatanti come Darth Fener in Star Wars?

Parliamo del 1977, quando la flessibilità linguistica tra culture era ben poca.

In italiano, specialmente nel 1977, il nome (Darth Vader) non esprimeva l’autorità imposta invece dal tutto del suo personaggio.

(Darth Fener) parve evidentemente il compromesso migliore del tempo.

Questo nome è stato modificato in varie culture, in ciascun caso per diverse ragioni.

E’ anche una questione fonetica, di familiarità col suono della lingua di destinazione.

Negli anni Settanta (Vader) non era un nome che ti aspettavi, che potevi capire o ricordare facilmente.

E per riderci sopra, da un po’ di anni nessuno in Italia a mai mancato di scherzare tra il nome originale “Vader” per via dell’assonanza della pronuncia latina  col termine “Water”.

Forse il grande Darth Fener da noi ha evitato un’ingloriosa, benché involontaria, onta indelebile.

Lo stesso accadde col personaggio di (Ian Solo), in originale (Han Solo).

Aspirare l’H per un nome era qualcosa che ancora non ci apparteneva, mentre rendere l’H muta avrebbe comportato un nome forse per noi italiani ancora più strano.

La base spaziale degli imperiali invece, in originale (Death Star) fu tradotta (Morte Nera), ma non c’era altra scelta.

Tradurre letteralmente (Stella della morte) superava il breve labiale americano del nome originale.

(Morte Nera) invece risultò la parola più fedele alle vocali di (Death Star), permettendo ai doppiatori di incastrare al meglio il sincrono delle due lingue, inglese e italiano.

Oggi le barriere culturali sono ormai nulle e siamo tutti un po’ americanizzati, quindi la percezione delle cose è diversa, più Hollywoodianamente addomesticata, tanto che ormai i nomi in italiano rimangono praticamente sempre in originale, il che è correttissimo e doveroso.

Probabilmente subivamo anche gli ultimi effetti della vecchia usanza dei tempi del fascio di  italianizzare tutti i nomi del film straniero e nel 1977 ancora tentavamo per abitudine di renderli più nostri.

Nei decenni passati poi il boom cinematografico era all’apice, una vera ondata di novità continue difficili da gestire, mentre oggi abbiamo molta più esperienza.

A volte la modifica di nomi e titoli va attribuita alla sensibilità del pubblico di destinazione.

Il primo episodio di Harry Potter differisce nella versione americana.

Gli americani sono culturalmente ignari del mito europeo della pietra filosofale, quindi, per meglio cogliere la loro comprensione delle cose, il titolo è diventato “Harry Potter e la pietra dello stregone”.

Da notare che né Lucas, né la Rowling si sono mai lamentati.

Parlando di nomi mal pronunciati invece, cosa che a doppiaggio è capitata, si pensi che tal volta perfino gli americani stessi sbagliano riguardo i propri personaggi.

Negli sceneggiati audio americani della saga di Star Wars, ad esempio, la capitale imperiale Coruscant (da pronunciarsi Corussant) spesso è detta così com’è scritta (Coruscant), mentre nella versione audio book di “Star Wars: La minaccia fantasma” il narratore americano pronuncia il cognome del senatore Palpatine (da dirsi Pàlpatin) direttamente (Palpatàin).

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